A Roma «Dialoghi in cattedrale» sul fine vita Vallini: «Lo Stato dica quello che non si deve mai fare: eutanasia e accanimento» Fisichella: «Coinvolte le coscienze». D’Agostino: «Spuntano teorie antropologiche pericolose» Di Pietro: «Vicinanza umana»
di G. Rug.
Tratto da Avvenire del 22 aprile 2009

Per il credente la risposta è immediata. Quando finisce la vita? Non finisce mai. Ma la vita fisica ha un termine, e le ri­sposte sono meno semplice. I tra­dizionali Dialoghi in cattedrale, promossi dalla diocesi di Roma, hanno affrontato questo tema nel confronto dell’altra sera in San Giovanni in Laterano. Sul fine vita è acceso il dibattito da tempo, e il legislatore è chiamato a interveni­re. Cosa può fare? Il cardinale vi­cario di Roma, Agostino Vallini, ha risposto preciso: «Lo Stato – ha af­fermato – dovrebbe esprime in ne­gativo una legge, cioè una legge minima che dica cosa non si deve fare: non si deve fare l’eutanasia e l’accanimento terapeutico. Nel mezzo ci sono situazioni delicate che non è semplice definire per cui il tema resta aperto».

Ai Dialoghi dell’altra sera hanno partecipato Maria Luisa Di Pietro, tra i massimi esperti di bioetica, e Francesco D’Agostino, filosofo del diritto. A moderare l’incontro, monsignor Rino Fisichella, retto­re dell’Università Lateranense.

Per la studiosa, non esiste un fine vita come entità nosografica: «L’ac­cezione fine vita – ha spiegato – viene utilizzata in senso più lato, ma non per porsi solo la doman­da su quando finisce la vita fisica, ma anche su cosa fare nella fase fi­nale della vita. Possiamo parlare – ha aggiunto – di malattia in fase terminale tenendo conto che og­gi ci si confronta su malattia che non sono assolutamente in fase terminale, ma di malattie che so­no di lunga durate, come disabilità molto gravi. Allora il problema è l’assistenza dell’ammalato grave con tutti i problemi legati all’ac­canimento terapeutico, delle cure palliative. In questa fase è però ne­cessario l’intervento di tutte le for­ze amicali e sociali per accompa­gnare la persona nella sua malat­tia. Accompagnamento che non è fatto solo di cure mediche ma an­che di cure umane. Il cosiddetto dolore totale, quello fisico ed esi­stenziale, richiede interventi di ti­po tecnico, ma anche una vici­nanza umana». D’Agostino ha invece ripreso i te­mi suscitati dalla vicenda Eluana per sostenere che in questa vicen­da fu, in definitiva, sostenuta l’eu­tanasia passiva a carico di malati in stato vegetativo persistente. Si ricordeà che un illustre clinico af­fermò che Eluana era morta, in realtà, 17 anni prima. «Ad una so­la condizione – ha affermato D’A­gostino – è possibile ritenere che Eluana fosse morta, come perso­na, nel momento stesso dell’inci­dente ed è quella di riattivare l’an­tico e fascinoso dualismo platoni­co tra l’anima, prigioniera del cor­po e il corpo, carcere dell’anima. In termini più attuali: bisognerebbe distinguere tra vita biologica del corpo e vita biografica dello spiri­to.

Venuta meno la seconda, la pri­ma perderebbe ogni interesse. È paradossale – ha aggiunto – che in un’epoca contrassegnata come la nostra da forti tensioni materiali­stiche si riaffacci un’opzione ‘spi­ritualistica’ del genere. Chi la di­fende, non avverte di aprire in tal modo la strada a teorie antropo­logiche pericolosissime, quelle che postulano che si possa ridurre la ‘qualità della vita’ a indicatori bio­metrici: il vecchio, il portatore di handicap, il demente, il malato non più autosufficiente sarebbe portatori di una vita ‘biologica’ così scadente da incrinare la stes­sa possibilità di una vita biografi­ca». Nel presentare i due interventi, monsignor Fisichella si è soffer­mato sul compito che adesso gra­va sul Parlamento per definire u­na legge in materia. «Il problema – ha sostenuto – presenta diversi a­spetti che meritano di essere di­stinti perché, in primo luogo, su un tema di tale complessità ciò che viene direttamente coinvolta è la coscienza delle persone. Davanti al problema della decisione della morte, nessuno può essere sosti­tuito. Ti tocca in prima persona e sei chiamato a dare la tua risposta. Perché si tratta della tua vita.» Da qui le difficoltà e i dubbi che si mol­tiplicano e che interrogano chiun­que: «Fede e ragione – ha spiega­to – si vengono a trovare insieme per confrontarsi o scontrarsi a se­conda delle prospettive che si pre­sentano. Eppure, le domande non possono rimanere senza risposte. Le ipotesi possono dividere e crea­re incertezze, ma una risposta si deve giungere per non rimanere nel buio dell’indeterminatezza».