I recenti episodi di violenza che hanno visto protagonisti gli immigrati clandestini o  regolari nel nostro Paese fanno alzare il dibattito sulla questione immigrazione. Benedetto XVI nella enciclica “Caritas in Veritate” ricorda che la questione immigrazione pone delle “sfide drammatiche” e non tollera soluzioni sbrigative, ponendo una notevole complessità di gestione. A questo proposito Benedetto XVI, intervistato durante il volo per gli Usa del 15 aprile 2008, fornisce tre indicazioni:

1 ogni migrante va trattato come una persona e non come una merce. 2 Necessità di tutelare i diritti alla sicurezza “delle società di approdo degli stessi emigrati”. 3 Tutelare le società di partenza degli immigrati, affinchè “non ci sia più bisogno di emigrare, perché ci sono in Patria posti di lavoro sufficienti, un tessuto sociale sufficiente”.

Il problema principale che abbiamo di fronte, è come conciliare il diritto di emigrare con quello dello Stato di regolare l’afflusso degli immigrati. La soluzione viene affidata alla prudenza del governante, che deve prendere la decisione giusta e assumersi tutta la responsabilità. “Se, per esempio, uno Stato motivasse il respingimento di profughi per motivi religiosi, o razziali, violerebbe un diritto internazionale; ma se lo Stato volesse regolamentare l’immigrazione favorendo coloro che per motivi religiosi o culturali ed etnici si potrebbero integrare più facilmente e con meno rischi per il bene comune, questo Stato sarebbe legittimato a farlo. Anzi avrebbe forse il dovere di farlo, se questo può perseguire il bene della società”. (Marco Invernizzi, La Chiesa e l’immigrazione, gennaio 2010 Il Timone).

In un convegno organizzato dalla Fondazione Italia Alfredo Mantovano nel documento introduttivo si chiedeva se un immigrato che non fa il terrorista né spaccia droga, ma vive e pensa nel nostro Paese secondo principi contrastanti con quelli che sono alla base della nostra civiltà, è o non è un problema?

Infatti quelli che rimuovono il problema fanno aumentare l’entità dello stesso – afferma Mantovano – e fanno crescere il rischio che la doverosa contrapposizione alla xenofobia degeneri nel relativismo culturale: cioè in quell’atteggiamento per il quale chiunque arrivi in Italia può – in nome del multiculturalismo – comportarsi come meglio crede, col solo remoto limite dell’ordine pubblico. Questa è una posizione inaccettabile: le culture vanno giudicate in base alla possibilità che esse hanno di difendere integralmente i diritti della persona e il bene comune. Una cultura fondata sul rispetto della donna non può ritenersi equivalente a una cultura che invece lo nega, permettendo di fatto la poligamia o l’esercizio di una giurisdizione domestica che viola la più elementare dignità della persona.

A proposito di relativismo non si può accettare che il governo olandese chieda ai neo-immigrati di seguire un corso di lingua e di “dare un’occhiata a un film dove, fra l’altro, si assiste a un bacio fra omosessuali e si vede la panoramica di una spiaggia per nudisti”: lo ricordava Luigi Offeddu sul Corriere della Sera del 15 febbraio. E’ un modo falso di rispondere al problema immigrazione. Invece un’ottima risposta potrebbe essere quella che ha dato il ministro Maurizio Sacconi dopo i fatti di Milano, dove un immigrato egiziano di 20 anni è stato assassinato da immigrati sudamericani ubriachi in un quartiere della periferia dove le diverse comunità vivono in pericoloso contatto: il ministro ha detto: “L’identità è la premessa per il vero incontro. E’ nell’indifferenza che si genera il conflitto. E’ la parete bianca senza il crocifisso, che fa il conflitto”.

Ecco questi sono due modi diversi, anzi opposti, di rispondere al problema immenso dell’immigrazione,- scrive Invernizzi – due modi che riflettono due diverse concezioni dell’uomo e della civiltà, la prima fondata sulla integrazione all’interno del relativismo, l’altra sull’integrazione all’interno di una cultura e di una civiltà radicate nella storia dell’Occidente: Atene, Gerusalemme, Roma.

L’integrazione nel relativismo è fallita e fallisce. Provate a girare in un quartiere multietnico, con le comunità divise e contrapposte che non hanno nulla in comune e vogliono dividersi il controllo o l’egemonia su quel poco (o tanto) che c’è e che spesso è frutto di traffici illegali. Ogni comunità fa riferimento a un proprio codice di valori che esclude le altre, oppure fa riferimento soltanto alla propria forza per imporsi e imporre. Il sistema del relativismo prevede quartieri, oggi, e domani città tipo “arcobaleno”; già questo lo si può osservare girando in tram per Milano semplicemente guardando il mutare delle lingue delle scritte dei negozi, passando da un quartiere all’altro.

Lo schema dell’integrazione nel relativismo prevede che non ci siano principi condivisi, pochi ma comuni alle diverse culture delle comunità che convivono l’una a fianco dell’altra. L’unico dogma è che non ci devono essere verità assolute. E allora la vita non è sacra, la famiglia non è una, l’onestà vale solo (forse) all’interno della comunità di appartenenza, come avviene per la malavita.

Oppure la risposta più vera all’immigrazione è quello di offrire qualcosa a chi viene nella nostra civiltà. Il crocefisso come diceva il ministro Sacconi e tutta la cultura che ci sta dietro. Insieme a questo bisogna fare riferimento ai valori condivisi, alla Legge Morale e Naturale che precede tutte le culture.

Non dobbiamo temere di riaffermare la nostra identità culturale: anzi, dobbiamo convincerci che l’immigrazione pone a rischio le società che non riescono a mantenere in modo chiaro e deciso la propria identità. La rinuncia a riconoscere le proprie radici cristiane è stata negli ultimi anni per l’Europa il sintomo più evidente della incapacità a manifestare la sua identità. La Corte europea dei diritti dell’uomo alterna, nelle decisioni rivolte ai singoli Stati, l’obbligo di rimuovere il crocifisso al divieto di espellere i terroristi. L’introduzione della pillola abortiva dove ancora non esiste avviene per impulso di istituzioni europee. In alcuni Paesi dell’UE i corsi sulla cittadinanza proposti agli immigrati esaltano il presunto “diritto all’aborto”.

In troppe scuole italiane la tradizionale memoria del Natale – che richiama un comune dato di civiltà, al di là dell’appartenenza confessionale – viene sostituita da amorfe “feste della luce”, o da generiche recite scolastiche dedicate a tutt’altro, mentre la progressiva ritirata del presepe dai luoghi pubblici comincia a essere seguita anche dalla stilizzazione dell’albero (che è pur sempre “di Natale”, e quindi rischi di non essere religiosamente corretto). Se questi sono i “valori” della nostra Europa, ho l’impressione che larga parte degli immigrati di fede islamica traggano spunto da tutto questo per confermare il loro sentimento di superiorità nei nostri confronti.

Una cosa è certa su questi disvalori una persona di buon senso non può immaginare di costruire una immagine forte dell’Europa e della sua identità.

Certo, occorre essere realisti – scrive Invernizzi – non basta educare all’esistenza di queste verità elementari e fondamentali. Bisogna far rispettare con la forza una legalità senza la quale non si insegna nulla, perché non ci sono le condizioni materiali per farlo. Purtroppo spesso tanti intellettuali, anche sacerdoti, usano dire che non ci vogliono poliziotti ma educatori, contrapponendo secondo un vecchio vizio dialettico due necessità, la sicurezza e l’educazione. Ci vogliono l’una e l’altra.

Rozzano MI, 24 febbraio 2010                                   DOMENICO BONVEGNA

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