di Domenico Bonvegna

Ho appena finito di leggere un libro coraggioso: La bellezza salverà il mondo di Giovanni Fighera edito da Ares di Milano, pp.270, e 16 (www.ares.mi.it). Scrivere un libro sulla bellezza, di questi tempi dove spesso prevale il disgusto e imperversa il brutto, è sempre un progetto coraggioso. Soprattutto perchè il significato della bellezza è relativizzato e reso anche inutile, da molti maestri del pensiero che esaltano la libertà assoluta sfociando nel nichilismo, vera malattia spirituale del nostro tempo.

Il libro del professore Fighera vuole riflettere sulla vera bellezza che significa “impegnarsi coraggiosamente per un’altra modernità che non venga consegnata all’arbitrio scientifico e alla dissoluzione estetica”, scrive Stefano Zecchi nella prefazione.

Il libro espone con grande attenzione il costante richiamarsi della tradizione cristiana alla bellezza come luce che rischiara il cammino verso la verità. Con una profonda competenza nel reperimento e nell’uso delle fonti, Fighera  ricostruisce il valore del bello che la modernità ha abbandonato, dimostrando come l’imperversare del brutto, del cattivo gusto non siano semplici opzioni soggettive, ma la cifra di un’epoca che degrada nel relativismo.

Il libro delle edizioni Ares ripercorre la storia della bellezza nell’arte, partendo dall’estetica classica a quella medievale, rinascimentale, neoclassica, romantica suggerendo ipotesi in cui s’incontrano la ricerca filosofica, letteraria e religiosa. Sottolineando in particolare come l’educazione estetica debba trovare una centralità nella formazione della persona.

L’uomo é sempre vissuto con l’urgenza di incontrare e conoscere la Bellezza, quella con la B maiuscola. Il testo potrebbe essere un ottimo strumento di studio in particolare per gli studenti dei nostri licei per far conoscere ed amare la nostra cultura artistica che tutto il mondo ci invidia.

Quale bellezza salverà il mondo? Si chiede provocatoriamente l’autore del libro. Consapevoli che senza bellezza l’uomo non può essere tale e la civiltà umana è a rischio di autodistruzione, anche se non se ne accorge. Questa sarà una sfida che probabilmente dominerà tutta l’epoca contemporanea. Un’epoca dominata dal relativismo “che si va costituendo sempre più come una dittatura che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.Oggi chi sostiene l’esistenza della verità viene tacciato di “fondamentalismo” odi “conservatorismo culturale”, non al passo con i tempi. Nessuno osi parlare di verità. Tutte le opinioni sono valide. La Verità viene negata aprioristicamente e s’insinua “il dubbio metodico”. Disgregata la morale tradizionale, tutto diventa lecito e non c’è più differenza tra bene e male.

Così il relativismo dilaga anche nell’arte: il concetto di verità, di bontà e di bellezza identici nella società classica e cristiana, ora nella nostra epoca questa identità viene messa in discussione dal relativismo gnoseologico,etico ed estetico. Si giunge al soggettivismo estetico tendente a creare ex nihilo “manufatti d’arte” senza alcun legame con la tradizione passata e con le “tecniche ereditate”, tutto questo porta gli artisti a realizzare opere “brutte”, come una rana crocifissa al posto di Cristo, realizzata da Martin Kippemberger esposta nel Museo di arte moderna a Bolzano nell’agosto 2008. Ormai spesso si promuove il brutto, l’eversione, l’oscenità, la violenza,la provocazione a ogni costo, lo squallore pornografico. Perché l’uomo contemporaneo è attratto dal brutto? Si chiede il professore Zecchi. Forse perché l’immagine volgare, brutta,non chiede apprendimento, educazione.

La spazzatura diventa arte come il trash al Museum of art di Filadelfia. Allora perché l’arte non è più testimone e portatrice del bello? Per Fighera il motivo è perché oggi l’arte è sempre più lontana dalla realtà, sempre meno imitatrice del reale, si traduce in fatto cerebrale, non colpisce più per la sua unità, non sorprende più, non cattura con il sentimento della contemplazione che si prova di fronte alla bellezza.

L’attribuzione della patente di opera d’arte diventa, spesso, un’operazione intellettuale, ideologica; prevale il pensiero sulla realtà rappresentata.

Nella 2 parte il testo di Fighera fa un passo indietro una specie di perlustrazione della tradizione estetica occidentale, un excursus che inizia con il mondo classico, la culla della nostra civiltà ovvero la Grecia classica, continua con quello cristiano medievale, quindi l’arte rinascimentale, la modernità.

Semplicità ed equilibrio sono i tratti distintivi della bellezza greca. L’età di Pericle ad Atene con lo splendore del genio dello scultore Fidia, dei tragediografi Sofocle, Eschilo ed Euripide, degli storiografi Erodoto e Tucidite. Passando all’epoca medievale, Fighera non poteva non fare una premessa: il Medioevo non è quell’epoca oscurantista e buia come viene dipinta spesso nei dibattiti televisivi, sui giornali o a scuola. Il professor Fighera per sfatare la cosiddetta leggenda nera sul medioevo fa riferimento a una storiografia recente guidata da Regine Pernoud, la “signora medioevo”, che attraverso le sue numerose pubblicazioni, una tra tutte Luce del Medioevo, frutto di una vita di ricerche nelle biblioteche polverose di mezzo mondo, ha raccontato un’epoca di fioritura economica, tecnologica, scientifica, artistica e letteraria. Purtroppo l’immagine dei “secoli bui” è dura a morire, scrive Fighera. Ancora oggi nella scuola predomina il Medioevo de Il Nome della rosa di Eco.

Non è questa la sede per approfondire il progresso economico, tecnologico e scientifico del medioevo, per chi lo volesse fare suggerisco la lettura di Rodney Stark, La vittoria della ragione, Lindau. Comunque nel campo artistico notevole è la fioritura cui si assiste in Europa a partire dal XI secolo con l’arte romanica, poi con quella gotica, con le splendide cattedrali realizzate dalle botteghe, dalle collettività, frutto della cooperazione di un gruppo di artigiani o di una comunità di cittadini. Frutto di un’anonimato, dove l’importante non era l’autore ma l’oggetto rappresentato. Per la prima volta nella storia il popolo stesso coopera spontaneamente alla realizzazione delle grandi opere monumentali(…)molti dedicano il proprio tempo libero gratuitamente per edificare i templi del Signore, le case del popolo di Dio, le chiese.

Grazie alle cattedrali, alla musica gregoriana e polifonica, alla Divina Commedia, ai castelli, alle città turrite, ai geni come Dante, Giotto, ai grandi santi Francesco, Domenico e Tommaso dobbiamo sconfessare senza nessun minimo dubbio la definizione di Medioevo come epoca buia e oscurantista.

L’età Rinascimentale e quindi l’esplosione artistica del quattrocento e del cinquecento per Fighera non va vista come rottura con la civiltà medievale, ma si tratta di una continuazione. Due città sono state i cuori pulsanti che hanno animato l’esplosione artistica rinascimentale: nel XV secolo è senz’altro Firenze, animata dal grande architetto Filippo Brunelleschi, dei pittori Masaccio, Beato Angelico, Paolo Uccello, dello scultore Donatello. Nel XVI secolo la “capitale ideale” diventa la Roma dei Papi che si trasforma in un vero e proprio cantiere, in centro di richiamo per i massimi artisti del tempo, dall’architetto Bramante a pittori come il Perugino, Raffaello Sanzio, Michelangelo Buonarroti. Questi ultimi realizzano per il papato alcune tra le opere religiose più importanti che la storia ricordi.

Già nel capitolo sulla Modernità, Fighera intravede un allontanamento dell’arte, dell’economia, della politica, da Dio, dalla tutela religiosa, con la modernità inizia l’epoca della scissione conclamata tra  anima e corpo. Il bello non è più considerato un elemento oggettivo ma soggettivo.

Quale sarà la bellezza che salverà il mondo? E’ l’interrogazione che si pone  nell’ultima parte l’interessante volume di Fighera, risponde Giovanni Paolo II che nella Lettera agli artisti, scrive: vi orienti e ispiri il mistero del Cristo risorto(…)Vi accompagni la Vergine Santa, la ‘tutta bella’ che innumerevoli artisti hanno effigiato e il sommo Dante contempla negli splendori del Paradiso come ‘bellezza, che letizia era ne li occhi a tutti li altri santi’

La bellezza di Cristo e sua Madre sono per noi la guida, il termine di confronto, il modello cui guardare.