Riflessione sul ragionamento del politico Chiti, senza finezze né cautele
di Davide Rondoni
Tratto da Avvenire del 6 marzo 2010

Se questa fosse una lettera scritta da un uomo politico a un uomo politico, userebbe le parole solite, e la finezza e la cautela solite.

Ma non lo è, e dunque sarà una specie di esagerata supplica, quasi una ‘parola appestata’. Come dire infatti altrimenti la urgenza, direi la necessità, caro Vannino Chiti, che si metta mano, come lei con consueta intelligenza riconosceva qualche giorno fa su queste pagine, a una delle questioni, o meglio una delle ferite, una delle cancrene che sta precipitando questo Paese verso bassure e disgregazioni mai conosciute? Cancrena culturale, chiamiamola, per distinguerla delle tante, vaste, orrende cancrene materiali che ci stanno sgomentando, di faziosità, corruzioni e intrecci loschi, e però non meno grave se pur più impalpabile. La necessità di dare peso all’aspetto religioso in politica. Il peso adeguato. Non si tratta tanto di trovar casacche o posto a quelli che amano chiamarsi ‘esponenti cattolici’ o con parola spesso resa ancora più astratta e perciò insopportabile ‘valori cristiani e cattolici’, dentro a un grande schieramento che per modo di dire si indica con ‘sinistra’ o ‘centrosinistra’. Non valori o posti, non etica o seggiole, ma nuovo coraggio nella sguardo antropologico, nel pensiero essenziale sull’umano. Senza che avvenga questo necessario impasto, questo infertilimento, o chiamiamola semina, se si vuole, di un largo campo della cultura e della politica d’Italia, quella parte politica e con lei l’Italia sono destinate nientedimeno che a perire. I cattolici non chiedono al Pd e ai partiti della sinistra più posti o più potere. È la storia che chiede a chi fa politica (destra o sinistra o cos’altro) quale idea di uomo ha innanzi, e se da questo profilo d’uomo il segno di Dio è ancora escluso e censurato come se fosse una specie di macchia o di ombra di follia.

In molti, in Europa e non solo, di partiti democratici, liberal o riformisti, hanno riflettuto sul valore del senso religioso nella sfera privata e dunque in quella pubblica. Lo ha fatto Blair (laburista) in Inghilterra, lo ha fatto Sarkozy, (centrodestra) in Francia, fino a formulare una immagine di ‘laicità positiva’ in cui il senso religioso delle persone è considerato come un valore sulla piazza pubblica e per la vita delle comunità. Qui dagli esponenti di primo piano del centrosinistra – al di là di personali affermazione di fede o senso di Dio – non si è andati molto al di là di una specie di condiscendenza a chi ha la fede (come a una bizzarra minoranza) o della considerazione di un problema di rapporto di potere o solo elettorale. Eppure, da Pier Paolo Pasolini a Cesare Pavese, da uno dei miei maestri come Mario Luzi fino a Pietro Barcellona, non mancano tra gli uomini di cultura di sinistra inviti a considerare la presenza del sacro e del religioso come una faccenda tuttaltro che secondaria.

Il cristianesimo, non è che una ipotesi di risposta alla grande questione umana che si riassume sotto la parola ‘religiosità’. Non si possono staccare i due aspetti: senza un riconoscimento profondo del valore dell’elemento religioso nell’uomo, qualsiasi ragionamento della politica intorno al rapporto coi cattolici diventa una faccenda stucchevole, dal sapore sindacale, corporativo. In fondo banale o cinica. Forse appassionante per chi è in cerca di posti o di giustificazioni, ma poco interessante innanzitutto per i credenti. E credo, caro Chiti, anche per lei. Dunque, mi permetta questa supplica strana, o dura esagerata ingiunzione. Se non si affronterà insieme il problema al livello giusto la vostra identità politica sarà fragile, più povera, rachitica. E lo sarà dunque quella di tutto il Paese.