Controriforme di Francesco Agnoli
Tratto da Il Foglio del 20 gennaio 2011

Sono un figlio dell’Italia unita: un nonno di Genova, ex regno di Sardegna, due nonni siciliani, ex regno delle Due Sicilie, e una nonna romagnola, del fu stato pontificio.

Vivo da sempre a Trento, città che fu asburgica, ultimo acquisto dell’Italia unita. Impossibile non sentirsi italiano. Ma italiano, penso, mi sarei sentito anche se fossi nato prima della data fatidica del cosiddetto Risorgimento. L’Italia, per me culla dell’impero romano e della cristianità; sede dei Papi, di innumerevoli santi come Tommaso e Francesco, patria dei comuni, delle università, degli ospedali, di Dante, Petrarca, Giotto, Michelangelo, dell’arte e della musica: senza bisogno né di Cavour, né di Garibaldi, né di alcun “risorgimento”. Mi sembra dunque inevitabile, in questo centocinquantesimo anniversario dell’unità politica d’Italia, reagire alla retorica ufficiale, più blanda, certamente di un tempo, chè le rughe non si possono tener nascoste per sempre, ma ciononostante fastidiosa e petulante.

Se il Risorgimento non piacque ai cattolici, ma neppure ai comunisti come Gramsci; se Gobetti scrisse sul “Risorgimento senza eroi” e Tomasi di Lampedusa parlò dell’Italia degli sciacalli e delle iene… mi sarà permesso, sulla scia di altri, e non per puro gusto della polemica, intraprendere un piccolo viaggio, a puntate, sull’“altro Risorgimento”. Non quello ufficiale, appunto, tutto eroi di cartapesta, magniloquenza romantica e ideologia, ma quello vero, con i suoi immensi difetti. Così immensi che 150 anni dopo un grande partito italiano del nord, propone una revisione della storia, mentre un astro della politica del sud, solo di nome Lombardo, toglie dalle strade della sua Sicilia i nomi degli eroi patri, che compaiono ancora, ossessivi, assillanti, dovunque. Come se la storia della Sicilia iniziasse nel 1861 e fosse fatta solo da un Nizzardo o da qualche piemontese che parlava meglio il francese dell’italiano.

Non avrò altro intento che dare un’altra visione della storia, non per dividere, come direbbe qualcuno: sia perché sono, come ripeto, italianissimo, e desidero rimanerlo, sia perché le divisioni che vi sono tutt’oggi non le produce chi le ricorda, ma le ha create, appunto, in buona parte, proprio il cosiddetto Risorgimento.

Per parlare di questo periodo è giocoforza cominciar dalla Restaurazione, cioè da quell’avvenimento che, nella storia ufficiale, viene descritto a tinte fosche, perché funga da contraltare per le presunte grandezze successive.

I limiti della Restaurazione
Cosa fu la Restaurazione? Oggi ne conosciamo i limiti. Il più clamoroso dei quali fu forse che i restauratori violarono i loro stessi principi, “dimenticandosi”, su pressioni dell’Inghilterra, di restaurare due antichissime repubbliche: quella di Genova, regalata ai Savoia, e quella di Venezia, presa dagli austriaci. Errore gravissimo che costò all’Austria da una parte il rafforzamento di quello che sarebbe stato il suo principale nemico, il Piemonte sabaudo, dall’altra una occupazione che seppur ricca di buoni frutti, portò agli Asburgo l’odio di tanti italiani. Chissà se il Risorgimento ci sarebbe mai stato, se la Restaurazione non avesse fatto tali errori; se avesse limitato il potere della borghesia illuminista che aveva fatto man bassa di beni comuni e della chiesa nell’epoca di Napoleone; se l’élite militare filo napoleonica, assetata di guerra e nutrita della “fraternità” delle baionette, fosse stata messa all’angolo…

Fatto sta che la Restaurazione venne dopo gli orrori della rivoluzione francese, il genocidio vandeano, le migliaia e migliaia di ghigliottinati in nome della fraternité rivoluzionaria. Venne dopo ben diciannove anni di guerre napoleoniche e dopo i suoi saccheggi – soprattutto, ma non solo, in Italia – di opere d’arte, ricchezze, uomini. Ricordiamo almeno i 500. 000 morti, mai strage simile si era vista prima, sacrificati nella campagna di Russia da quell’uomo che era stato giacobino e repubblicano e che si era poi messo in testa la corona, da solo, a significare che non vi era altro autore della legge che lui stesso: Napoleone, colui che, come aveva capito Dostoevskij, annunciava le dittature atee del Novecento…

Il tanto vituperato Congresso di Vienna, dicevo, ebbe il grande merito di non umiliare la Francia, colpevole e vinta, e di permettere così numerosi anni di pace. Come ricorda Massimo de Leonardis infatti non vi fu “nessuna guerra tra stati europei fino al 1853, quando scoppiò la guerra cosiddetta di Crimea, nessun conflitto su scala continentale per un secolo, fino al 1914”. Ma la Restaurazione sarebbe stata battuta dal principio di nazionalità, anticamera del nazionalismo, dalla santa “sovranità popolare” e dall’idea dello stato centralizzato, giacobino e, appunto, nazionalista, tutte idee cavalcate dal Risorgimento, che avrebbero generato le dittature (proprio nei due paesi di più tardo “risorgimento”) e ben due guerre mondiali. Quanto superiore, il Congresso di Vienna, ai trattati iniqui, cent’anni più tardi, di Versailles, che, sancendo la morte dell’impero multinazionale asburgico, segnarono la vittoria definitiva del Risorgimento e del nazionalismo e favorirono, vent’anni dopo, lo scoppio del secondo conflitto mondiale!
(1. continua)