Intervista al prof. Giuseppe Zeppegno

di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 12 aprile 2011 (ZENIT.org).- Nell’ambito dell’intenso dibattito che si è scatenato in Italia circa il cosiddetto “diritto di morire”, spicca un libro titolato “La vita e i suoi limiti. Questioni bioetiche” scritto dal prof. Giuseppe Zeppegno ed edito dalle Camilliane.

Partendo dai casi Welby ed Englaro, il volume esamina le motivazioni filosofiche, antropologiche e bioetiche messe in campo per giustificare e promuovere il riconoscimento legislativo di forme camuffate di eutanasia.

L’autore ripercorre il lento processo storico che portò all’affermarsi della cosiddetta “morte dolce“ e analizza il mutato significato che il concetto ha assunto nel corso del tempo.

Il libro in questione spiega, inoltre, il perché la morale cattolica, assunta e precisata dal Magistero ecclesiale, si oppone all’eutanasia.

Circa il dibattito in corso l’analisi si sofferma sulla situazione dello stato vegetativo, ingiustamente ritenuto da molti mera permanenza biologica. In merito alle situazioni di terminalità, il libro precisa la diversità tra l’aiutare a morire (intervento attivo o omissivo finalizzato a provocare la morte) e l’aiutare nel morire.

“L’aiutare nel morire – scrive l’autore – ha il pregio di riconoscere i limiti della vita umana e della medicina che, cessata ogni speranza di guarigione, non abbandona il malato, né lo sottopone a terapie sproporzionate, ma continua a prendersene cura accompagnandolo con la necessaria palliazione”.

Giuseppe Zeppegno, sacerdote della diocesi di Torino, è direttore scientifico del Master Universitario in Bioetica nella Sezione di Torino della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e docente all’Istituto Superiore di Scienze Religiose. Ha ricoperto e ricopre incarichi di docenza anche presso il Ciclo istituzionale, il Ciclo di specializzazione in Teologia Morale e il Centro di formazione al Diaconato Permanente.

Autore prolifico di libri ed articoli scientifici, è anche assistente ecclesiastico regionale dell’A.C.O.S. (Associazione Cattolica Operatori Sanitari) e assistente ecclesiastico dell’A.M.C.I. (Associazione, Medici Cattolici Italiani).

ZENIT lo ha intervistato.

Esiste un diritto alla morte?

Zeppegno: Il diritto di morire è uno degli argomenti più controversi e dibattuti dalla letteratura bioetica soprattutto di matrice anglosassone. La questione analizzata inizialmente dalle riviste specialistiche e in ambito giuridico, catalizzò infine l’interesse dell’opinione pubblica. Il dibattito acquistò notevoli consensi anche in Italia dagli anni Novanta dello scorso secolo. Sempre più spesso, infatti, nello scenario politico e culturale italiano si fecero insistenti le voci di quanti, sostenendo che certe situazioni di vita debole non sono degne di essere vissute, proposero di sospendere i sostegni vitali indicandoli come terapie mediche sproporzionate per l’effettiva situazione clinica dei pazienti.

Quali sono gli argomenti sollevati dai sostenitori del diritto alla morte? E perché non sono sostenibili?

Zeppegno: Diversi filoni della filosofia classica e, in epoca moderna, autori come M. Eyquem de Montaigne (1533-1592) appoggiarono l’idea che è cosa migliore darsi volontariamente la morte quando la vita offre solo più dolori intollerabili. Si inaugurò così un pericoloso pendio scivoloso dove nascita, vita e morte non hanno un valore in sé, ma sono affidati all’apparente potere dell’uomo di essere arbitro indiscusso della vita. Questo modo di pensare, presentissimo anche nella cultura contemporanea, è suffragato da un’esasperata concettualizzazione del principio d’autonomia. Molti ritengono infatti che le persone devono poter autoprogettarsi e agire completamente svincolati da ogni norma morale e da ogni idea universale di bene. Sembra invece assurdo credere che la massima espressione della moralità possa coincidere con la distruzione dell’agente morale.

È altrettanto deleteria la diffusa utilitaristica convinzione che il soggetto, mortificato dalla disabilità e limitato nelle sue capacità, sia un peso inutile per la società. Una società incapace di vera solidarietà è destinata infatti a decadere sempre più in un nichilismo esasperato e distruttivo. Invece, un’assistenza sanitaria capace di interagire con le famiglie per accompagnare adeguatamente chi è in difficoltà, contribuisce alla realizzazione di un mondo più vivibile perché più ricco di umanità e di fiducia nell’altro e nelle sue capacità di sostegno.

Perché la Chiesa cattolica si oppone a tutte le forme di eutanasia? Che cosa dice il Magistero circa l’intangibilità della vita umana?

Zeppegno: Il Magistero, rispondendo alla chiamata rivolta da Gesù agli apostoli, ha il compito di formare le coscienze dei fedeli circa l’agire morale e intervenire ogni qual volta la vita e la dignità dell’uomo sono umiliate e minacciate. Tutto ciò che riguarda il vissuto umano infatti non è estraneo all’evangelizzazione. La Chiesa sentì pertanto nel secolo scorso l’urgenza d’opporsi all’arroganza delle teorie eugenetiche dei regimi totalitari che rivendicavano il diritto di dare la morte agli esseri umani la cui vita era ritenuta indegna di essere vissuta. Con altrettanta forza, ha manifestato ferma opposizione al contemporaneo eugenismo applicato alla vita nascente e terminale. Congiuntamente all’ordinamento civile democratico, affermatosi progressivamente dalla fine del secolo XVIII, ha riconosciuto i diritti innati, radicati nella natura umana, non negoziabili perché preesistenti a ogni diritto positivo e non sottoponibili ai patti sociali e ai poteri politici. Tali diritti, mai apparentemente negati, sono stati calpestati dai regimi totalitari. Rivalutati nel mondo occidentale al termine del secondo conflitto mondiale, sono stati gradualmente nuovamente rinnegati da leggi che consentono l’aborto, il suicidio assistito e l’eutanasia. I documenti magisteriali al contrario sono concordi nell’affermare la doverosità del rispetto della vita in ogni sua fase. Scevri da ogni esasperato vitalismo, riconoscono che quando la guarigione non può più avvenire e ogni terapia di sostegno risulta inutile, è giusto arrendersi alla normale fragilità umana rifiutando i mezzi troppo onerosi e, a maggior ragione, l’accanimento terapeutico. La doverosa desistenza che si applica in questi casi non ha nulla a che fare con l’eutanasia. È infatti abissale la diversità tra l’aiutare a morire (intervento attivo o omissivo finalizzato a provocare la morte) e l’aiutare nel morire. Quest’ultima possibilità ha il pregio di riconoscere i limiti della vita umana e della medicina che, cessata ogni speranza di guarigione, non abbandona il malato, né lo sottopone a terapie sproporzionate, ma continua a prendersene cura accompagnandolo con la necessaria palliazione.

Il Parlamento italiano sta discutendo una proposta di legge sul fine vita. Qual è il suo parere sul testo delle legge passata al Senato?

Zeppegno: Il decreto Calabrò, approvato in Senato il 26 marzo 2009, è purtroppo “ingessato”, costruito ad hoc sul caso Englaro e troppo poco attento alle diversissime situazioni dei malati che versano in gravi situazioni di cronicità o sono in fase di terminalità. È stato approntato e discusso in fretta e furia sull’onda dell’emozione per tentare di arginare gli sviluppi insidiosi dell’amara vicenda Englaro. “Risolto” il “caso Eluana” e terminato l’iter al Senato, il decreto, passato alla Camera, ha languito a lungo tra i meandri parlamentari. È necessario che diventi, apportate le opportune modifiche, una legge ponderata e atta a chiarire definitivamente i diritti dei più deboli e i doveri della società nei loro confronti. Sull’opportunità di una tale legge si è molto discusso con alterne e contraddittorie risposte. A molti, ancora oggi, sembra del tutto inutile. Mesi fa anch’io sarei stato dello stesso parere ritenendo sufficienti le normative giuridiche e deontologiche già esistenti. Sono ora convinto che sia opportuno arrivare al più presto a una definizione parlamentare per evitare che sulla questione, in assenza di nuove indicazioni giuridiche, singoli giudici consolidino con i loro pronunciamenti pericolose derive eutanasiche.

Sembra che il dibattito tra favorevoli e contrari all’eutanasia risolva tutte le questioni, ma non le sembra che manchi una visione grande, buona e bella dell’uomo moderno? Non le sembra il momento di superare le ideologie utilitariste e riduzioniste dell’umanità, considerando quanto male hanno già fatto nel passato?

Zeppegno: Il relativismo e il permissivismo libertario oggi dilaganti sono animati dalla  convinzione che la ricerca di una verità riconoscibile universalmente sia improponibile perché intollerante del soggettivistico pluralismo valoriale. Si accontentano della “prassiologia”, di un pensiero debole e senza fondamento. Le scelte operate non sono argomentate con la graduale e faticosa ricerca dell’intelligenza della realtà e dalla verifica del principio di non contraddizione, ma sono autogiustificate immediatamente dalle singole capacità persuasive, dalla correttezza dei criteri linguistici adottati, da una novella retorica, dove acquista stima e attendibilità chi ha maggiori capacità di proporre e imporre le sue libere sensazioni, mai definitivamente codificabili perché sempre destinate a essere riformulate alla luce delle successive emozioni del momento. Non posso non condividere il rifiuto ecclesiale di definire “scientifico” questo non-metodo che non può portare nulla di buono all’armonica crescita della convivenza umana. Sono altresì convinto che sia compito dei credenti intervenire nel dibattito pubblico anche su questioni pertinenti con l’attenzione che ogni cittadino deve avere per ciò che riguarda il bene comune (difesa dei diritti degli oppressi, giustizia nelle relazioni internazionali, difesa della vita e della famiglia, libertà religiosa e libertà di educazione…). Credo infine che solo l’apertura alla metafisica e l’interdisciplinare e sereno confronto tra teologia, filosofia e scienze umane, potranno identificare concretamente le strade per cercare costantemente, in un clima di solidarietà e giustizia, il vero bene dell’uomo in ogni situazione di vita.