La celebre intellettuale inglese Topolski: “Abbiamo negato le differenze fra i sessi e i ruoli. Non sappiamo più fare i genitori”
di Manila Alfano
Tratto da Il Giornale del 5 ottobre 2009

Questa è una strana stagione. Mai vista. I figli sono spesso tiranni, i genitori cercano di fuggire da un ruolo troppo pesante. Il risultato è che la famiglia è senza paracadute. Carol Topolski è una psicologa inglese, ha lavorato come assistente sociale, ha fatto l’insegnante. È così che ha incontrato le famiglie difficili. È entrata nelle case inglesi per spiare i disagi, curarne le deformazioni. Ora, dopo quindici anni di psicanalisi ha capito una cosa: «Essere genitori è un compito sempre più complicato. E noi non sempre siamo capaci. Educare i figli si complica sempre di più perché a un certo punto abbiamo perso le coordinate fondamentali, le griglie che sostenevano e ci indirizzavano prima». Nel suo ultimo libro, (L’amore è un mostro, Bompiani) Carol racconta di una famiglia normale. All’apparenza perfetta: Brendan e Sherilyn sono una giovane coppia innamorata. Il loro giardino è curato all’inverosimile, come i loro abiti. Ma dentro di loro si annida la follia. Samantha, la loro bambina di soli due anni viene lasciata morire in una gabbia che il padre le ha costruito nella sua cameretta con la moquette rosa. Il romanzo però non è solo una storia triste. È prima di tutto il pretesto per raccontare la realtà, l’Occidente, la maternità confusa. È lo spunto per l’autrice di disegnare un profilo delle donne e della loro illusione di vivere nell’era del post femminismo. «Da bambina sono stata per un anno in un kibbutz. E mai come allora ho avvertito in modo chiaro e netto il mio legame con i genitori. In un modo particolare. Mai più provato in Europa. Perché i ruoli erano semplici e chiari».

Qual è il male che si è insinuato nella famiglia occidentale?
«In altre culture la privacy è molto meno importante, e quello che succede nelle famiglie è molto più evidente. E la comunità agisce come responsabile collettivo per i bambini. Per noi invece la famiglia resta un luogo privato. Il rispetto per l’autonomia resta sacro e guai a invaderla. È per questo che spesso le autorità sono restie a togliere i bambini ai genitori. Spesso i minori vengono lasciati nelle mani di genitori pedofili, creando e riproducendo una spirale. E il male sarà generazionale, trasmesso da padre in figlio, fino a quando qualcuno non deciderà di intervenire».

Perché i genitori non sanno più fare i genitori?
«Ogni generazione ha avuto problemi con i genitori. Oggi noi educhiamo i nostri figli con molta più elasticità, con maggiore libertà creando un concetto di autorità molto più fragile, che si può sfidare, distruggere. Complici anche l’anarchia che ha creato internet, l’accessibilità alle cose, il benessere. Io ho due figlie, e mi rendo conto che educare nel ventunesimo secolo non è per niente facile. E non solo: all’epoca dei miei genitori la società non aveva prodotto tante necessità per i teenager».

Quando madri e padri hanno perso la loro identità?
«Non sono sicura che abbiano perso la loro identità. Credo piuttosto che abbiano perso la loro indiscussa autorità nei confronti dei bambini».

Oggi si è molto amici dei propri figli…
«Quando sento dire dai miei pazienti: “Sono molto amico di mio figlio”, mi vengono i capelli dritti. Non c’è niente di più sbagliato. I genitori devono rispettare il loro ruolo di educatori. Anche se la società cambia. Per l’amicizia c’è tempo per quando i bambini saranno diventati a loro volta genitori. Non prima».

Le mamme impazziscono perché trovano pesante il loro ruolo. Da dove nasce questa angoscia?
«La mia è stata la generazione che ha negato le differenze tra i sessi. Non bisogna confondere: i padri non possono improvvisarsi mamme, e sono le donne che con dei figli piccoli devono restare a casa. È inutile tergiversare, il lavoro full time deve essere una prerogative delle donne senza prole o con figli grandi».

E il post femminismo allora?
«Io rigetto l’idea di vivere in una società post femminista. E dove sarebbero allora le post industriali o le post economiche? Abbiamo molta strada da fare, ad di là dello stupido slogan del post femminismo».

Quali sono i segnali che lancia una mamma assassina?
«Qualsiasi figlio desta in una mamma fortissime passioni. Sempre. Le vedi fuse d’amore, gonfiarsi di orgoglio, agitarsi con odio. Io penso che ogni madre abbia provato almeno una volta questi sentimenti per il proprio bambino. Tutte, se vengono svegliate per cinque volte nel cuore della notte, hanno un istinto assassino. Ovviamente è un istante, che poi passa. Ma ci sono alcune di noi, per motivi patologici, che perdono il controllo, danno sfogo a quegli istinti primitivi. Ma c’è una cosa interessante: i padri uccidono più spesso rispetto alle madri e vengono puniti meno. Storicamente infatti all’interno della società la donna veniva castigata più duramente. Nel mio libro la mamma non ha le capacità di essere madre. Manca di qualsiasi compassione o empatia. Ma nessuno l’avrebbe mai giudicata un’assassina».

La storia che lei racconta è molto simile al caso di Maddie scomparsa in Portogallo. Cosa pensa di quella vicenda?
«Per molto tempo i genitori sono stati considerati dal pubblico con simpatia e compassione, ma a un certo punto qualcosa è cambiato e la madre è stata vista con sempre più sospetto. L’hanno additata, offesa, considerata madre degenera perché amava ritagliarsi del tempo per se stessa. Era lei, agli  occhi del pubblico, a essere più colpevole del padre. Vede, la teoria del post femminismo non funziona».