di Assuntina Morresi
Tratto da Avvenire del 29 settembre 2011
Tramite SAFE – Salute femminile

In effetti sarebbe una notizia da far saltare sulla sedia, se fosse vera: il quotidiano dei cattolici italiani finalmente a favore della fecondazione assistita! Non è vero, ovvio, ma c’è chi, furbescamente, cerca di trovare a tutti i costi varchi anche laddove non ce ne sono, per divertirsi un po’ a confondere le idee.

I fatti: qualche giorno fa dal Policlinico Sant’Orsola di Bologna arriva la notizia che una donna, dopo essersi curata per un cancro al seno, è riuscita a rimanere incinta con la fecondazione in vitro, utilizzando i propri ovociti che aveva congelato prima di essere sottoposta alla chemioterapia. È la prima volta che succede, e Avvenire, insieme ad altri giornali, ne ha dato notizia, dando forse per scontate alcune premesse che ripetutamente, in questi anni, i lettori hanno potuto leggere sulle sue pagine, ma che, evidentemente, qualcuno fa finta di dimenticare. Che la legge 40 non sia una norma cattolica non è certo una novità: soprattutto nella campagna referendaria del 2005 lo abbiamo ripetuto fino alla noia, proprio per rispondere a chi voleva smontarla accusandola di essere “confessionale”. Una legge sulla fecondazione assistita pienamente in linea con la morale cattolica avrebbe un solo, semplice articolo: «È vietata ogni forma di fecondazione assistita».

Una norma, la 40, scritta e approvata non dai vescovi italiani ma dal Parlamento, dove per fare le leggi serve una maggioranza. Un compromesso, quindi, il più condiviso possibile. La difesa della legge 40 da parte di molti cattolici – e anche, in prima fila, di questo giornale – c è stata perché l’alternativa era l’anarchia totale, un sistema in cui erano possibili pratiche eterologhe, maternità surrogate, sperimentazione sugli embrioni, produzione di embrioni misti uomo-animale e chi più ne ha più ne metta. Parlare di laicità, del dare a Cesare e a Dio quel che compete a ciascuno, significa che se la Chiesa scolpisce la dottrina, i politici cattolici, che quella fede professano, si muovono seguendo il criterio della “riduzione del danno”. Questo vale soprattutto nelle società – e quindi nei relativi parlamenti eletti – fortemente secolarizzate, nelle quali i cristiani sono minoranze, per quanto attive, senza numeri sufficienti ad approvare leggi pienamente rispondenti alle proprie convinzioni. I due compiti – pastorale e politico devono rimanere chiaramente ben separati, per evitare sia ingerenze indebite da Stato etico che confusione dottrinale.

In questo quadro, ogni notizia di procedure che prevedano l’utilizzo di cellule (ovociti, in questo caso) anziché di embrioni è un successo anche per chi non approva la fecondazione assistita perché significa ridurre la soppressione di vite umane – gli embrioni – e il loro uso strumentale, trasferendo molti processi manipolativi sulle cellule. Nel caso in questione poi, se una donna decidesse di ricorrere alla fecondazione assistita dopo che una chemioterapia le ha distrutto gli ovociti, potrebbe farlo solo con la fecondazione eterologa, cioè comprando gameti da altre donne, aggiungendo danno al danno. In altre parole: non c’è alcun cambiamento di linea e di giudizio ma, preso atto che la tecnica della fecondazione assistita, purtroppo, si sta diffondendo, si seguono con attenzione quelle procedure che – pur all’interno di un percorso che non si può condividere riducono l’entità di manipolazioni e soppressioni di embrioni umani.

Piuttosto, sarebbe ora che Maurizio Mori – che dalle colonne dell’Unità ieri aveva ironizzato su un immaginario cambio di rotta – riconosca che proprio la legge 40, grazie ai limiti previsti sulla creazione e il congelamento di embrioni, ha spinto gli “addetti ai lavori” allo studio di tecniche efficaci di crioconservazione di ovociti, in sostituzione di quelle sugli embrioni. Aspettiamo fiduciosi.