La visita di Gheddafi, la necessità del dialogo, il dovere del rispetto
di Carlo Cardia
Tratto da Avvenire dell’1 settembre 2010

Nella storia, e nella attualità, tutto è possibile. Ma proprio per questo occorre valutare ciò che accade, dire la verità, rispondere se necessario. È possibile, e inevitabile, che le popolazioni, le culture e le religioni, si mischino per dar vita a un mondo nuovo e plurale. Ma è anche giusto chiedere rispetto e onore per i sentimenti più profondi delle popolazioni, per una religione che ha costruito storia e civiltà, per una fede vissuta ovunque sulla terra con spirito di amore e di dedizione per gli altri. Mettersi a pesare le parole di un ospite non è un esercizio utile, però se queste – come è avvenuto in occasione della visita del leader libico Gheddafi a Roma – si rivolgono all’Europa con toni d’altri tempi meriterebbero una risposta alta e nobile, perché il silenzio può sembrare condiscendenza. Singole personalità, soprattutto in Italia, hanno risposto con saggezza, dando voce a una sofferenza dell’animo che molti avvertono. Ma forse sarebbe importante anche una riflessione a livello istituzionale, italiano e europeo, per capire quali sono i limiti dell’invadenza e il dovere della sobrietà che chiunque deve sentire e rispettare nei rapporti internazionali.

Il direttore di Avvenire evocava ieri il problema della reciprocità tra Paesi, come i nostri, nei quali tutto è lecito, e altri Paesi nei quali non è permesso neanche dichiararsi cristiani (o di altre fedi) perché si rischia molto, a volte anche la vita. Ciò che si è ascoltato, nei giorni scorsi, nel corso della visita a Roma del leader di Tripoli può costituire un’occasione per affrontare un problema che ormai è sotto gli occhi di tutti, e che riguarda il mancato rispetto della libertà religiosa vera – non della tolleranza minima che può essere a ogni momento travolta da misure restrittive o dal gesto di qualche estremista – in un’intera area geopolitica nella quale la religione dominante aspira alla espansione ma non accetta la presenza di altre fedi dentro i propri confini. Ignorare questo problema pone interrogativi seri per il futuro. Perché l’Europa, aperta a ogni religione e cultura, potrebbe trovarsi ricambiata in futuro con una presenza monolitica, con vocazione espansiva, con diritto di intervenire e decidere sulle nostre leggi, sui nostri costumi, sulla difesa della nostra tradizione. Non è una questione da poco, e dovremmo rifletterci seriamente.

C’è infine, la questione del dialogo che i cristiani, e i cattolici in particolare, sviluppano da tempo con le altre religioni, con uomini di buona volontà di tutte le fedi. La strada del dialogo è necessaria, per certi versi irreversibile, nel mondo di oggi che sta vivendo le prime prove della universalizzazione dei rapporti tra gli uomini e tra i popoli. Essa, però, presuppone degli interlocutori egualmente rispettosi, non chiede ad alcuni di loro di nascondere tra parentesi la propria identità, i sentimenti religiosi più profondi, l’attaccamento alla propria fede e alla propria Chiesa, come se ciò fosse condizione per parlare con gli altri.

Il dialogo chiede che ci si riconosca, e rispetti, per ciò che si è e per il valore essenziale che la fede e la religione hanno per gli individui e per i popoli che ne sono intessuti.

Superare questo crinale, approfittare della volontà conciliante dell’interlocutore per prospettare «conquiste» più o meno probabili, vuol dire ferire lo spirito del dialogo e della collaborazione. È stato detto che non si devono sopravvalutare episodi da archiviare nei cassetti del folklore e della mancanza di tatto, e vi è in questa osservazione un pizzico di verità. È anche vero, però, che da tempo registriamo fatti ricorrenti, anche tragici, situazioni difficili per la religione e per il cristianesimo, senza che le istituzioni europee o nazionali sentano il bisogno di dire nulla, neanche di commentare, quasi che il velo della laicità impedisca loro persino di parlarne, perché si tratta pur sempre di religione.

Anche questo elemento, che aggiunge amarezza nell’animo di molti cristiani, ha il suo peso e suggerisce alla coscienza di stringerci attorno ai nostri simboli, a chi rappresenta e guida le nostre comunità, per manifestare lealtà ai principi nei quali crediamo, e far sentire la vicinanza dell’animo a tutti coloro che condividono la stessa fede, e per essa sopportano umiliazioni, emarginazione, non di rado il martirio in tante parti del mondo. Una fede libera e tollerante è un dono di Dio, il far finta di niente per opportunità può offendere la fede e la tolleranza.