La vita non si tocca
di Daniele Venanzi
Tratto da L’Occidentale il 3 ottobre 2010

In termini di bioetica oggi è sempre più valida l’affermazione secondo cui essere progressisti equivale a dirsi contrari alla ricerca scientifica riguardo le sementi OGM e al contempo mostrarsi favorevoli alla sperimentazione sui feti umani.

La follia del progressismo postmoderno sussiste in via definitiva nel consacrare con fare pagano le religioni dell’ambientalismo e dell’animalismo e anteporne le ragioni all’amore per la vita umana, sacrificando quest’ultima sull’altare della scienza.

Questo freddo e disumano sentire comune sviluppatosi nel corso degli ultimi decenni è responsabile di una confusione terminologica che ha sconvolto il senso più intimo dei termini “scienza” e “progresso” con la vergognosa pretesa di ridurli a sinonimi. Se da un lato i pensatori della fine della modernità ci hanno insegnato che il progresso è relativo, d’altro canto dovremmo rimanere ancorati all’idea secondo cui quest’ultimo non coincide mai con il solo sviluppo tecnologico; tale concezione potrebbe condurrebbe altrimenti a reputare la condizione vigente nell’URSS o nell’attuale Repubblica Popolare Cinese il massimo grado di civiltà mai raggiunto dall’umanità, ma la storia ci giunge in soccorso indicando come in realtà tali esperienze politiche siano l’emblema del massimo degrado sociale mai sperimentato. Insistendo nel voler attuare un’equivalenza tra scienza e progresso si finisce con il “ridurre l’uomo a una batteria”, come sosteneva l’hacker Morpheus, protagonista di Matrix, la pellicola che più e meglio di tutte ha mostrato le ragioni del conservatorismo in ambito bioetico nella postmodernità.

In verità nell’intero filone della fantascienza letteraria e cinematografica postmoderna conosciuto come Cyberpunk si rintracciano testimonianze di rifiuto della mercificazione della vita umana. Tra gli spunti di riflessione proposti dal già citato film dei fratelli Wachowski spiccano quelli a proposito della fecondazione artificiale e dell’aborto, pratiche entrambe categoricamente condannate nella celebre ed agghiacciante scena in cui vengono mostrati sterminati campi in cui embrioni umani sono nutriti da bracci meccanici al fine di produrre energia per alimentare eserciti di robot.

La guerra tra Sion, ultima città umana rimasta, e il battaglione degli automi è metafora del conflitto che l’umanità si troverà a combattere nel futuro prossimo contro quelle forze che tramano al fine di modificarne sempre più la primordiale e sacra natura. Il fatto stesso che le macchine non siano del tutto autonome poiché alimentate dall’energia umana dimostra che il primato nella gerarchia naturale è destinato a spettare per sempre all’Uomo, che deve ritrovare nelle sue origini antropologiche e culturali la forza di riscattarsi e riappropriarsi del proprio lato sentimentale, quell’inspiegabile scintilla che lo rende inequivocabilmente superiore al resto degli esseri del creato, checché ambientalisti, animalisti e relativisti vari ne dicano. Non vi è altra spiegazione riconducibile alla perdita di fiducia nella sfera sentimentale e sovrannaturale umana se non lo smarrimento del coraggio delle idee forti, degli ideali e dei valori occidentali.

Nel cult Cyberpunk degli anni ’80 Blade Runner, il regista Ridley Scott affronta il tema della sperimentazione sul feto da una prospettiva differente e meno palese: gli automi coltivati in provetta per servire gli uomini nascono in cattività, schiavi della sperimentazione a cui si ribellano mostrando insospettabili caratteristiche umane: tutto ciò che desiderano è emulare la natura umana nella sua più intima capacità di provare emozioni, propendere verso il divino e trovare risposte ai grandi quesiti che costituiscono il mistero della vita. Pretendendo di poter donare quest’ultima, per quanto artificiale essa sia, l’uomo ambisce ad impossessarsi della prerogativa massima di Dio per appagare la sua sola aspirazione a poterlo eguagliare in quanto forza creatrice.

Si ritorna alla mela dell’Eden: all’uomo è concesso servirsi dei fenomeni naturali per modificarli a suo vantaggio, ma non rientra certamente nelle possibilità contemplate dal libero arbitrio la pratica di ridurre il dono della vita a bene di consumo delle industrie farmaceutiche. I sedicenti fautori del progresso scientifico sono di sovente appartenenti a ideologie di sinistra riconducibili alle filosofie del nichilismo e del materialismo più biechi, ma a ben guardare le loro argomentazioni favorevoli all’interruzione della gravidanza celano una concezione in un certo senso nazista della vita.

Paventare la possibilità di interrompere la gestazione della donna nel caso il feto presentasse patologie incurabili, oltre ad essere un gesto di immenso egoismo, significa attuare dei distinguo tra un’ipotetica vita “vera”, perfettamente sana e nella norma, e una vita di serie B, nemmeno degna di tale appellativo. La presenza di queste credenze rende necessario ribadire ciò che dovrebbe essere ovvio agli occhi di tutti, ovvero che l’esistenza di un individuo tramato da una qualsiasi malattia ha una dignità pari alle altre e come tale è portatrice dell’inalienabile diritto alla vita. Insomma, il minimo comun denominatore della folta e variegata filmografia fantascientifica degli ultimi anni sembra voler ammonire l’umanità affinché comprenda che un futuro dominato da spietate logiche utilitariste non è auspicabile per nessuno.

L’unico progresso scientifico che possa essere realmente definito come tale è quello che ha il coraggio di affermare che nell’istante in cui un cromosoma X si accoppia con uno Y giuridicamente si è in presenza di un individuo nascituro, entità portatrice di diritti che non possono essere conferitigli solamente nove mesi dopo l’evento della fecondazione.