di Antonio Giuliano
da La Bussola Quotidiana

«La vita non può finire dietro le sbarre. Io non mi arrendo». Don Francesco Guarguaglini è il giovane cappellano di uno dei penitenziari più antichi e conosciuti d’Italia, quello di Porto Azzurro sull’Isola d’Elba. Una fortezza costruita dagli spagnoli nel XVII secolo che in anni recenti ha accolto i criminali più efferati del nostro Paese. Oggi questa casa penale non è esente dai problemi che affliggono il nostro sistema carcerario. Preoccupa in particolare la lista dei detenuti che muoiono nelle carceri italiane. 186 vittime solo nel 2011, di cui 66 sono stati suicidi. Pesa il tasso medio di sovraffollamento che a livello nazionale è pari a circa il 150% (circa 68.000 detenuti in 45.000 posti). E in tutti gli Istituti nei quali si è registrato più di un suicidio nell’anno 2011 il tasso di sovraffollamento risulta essere superiore alla media nazionale (fonte Antigone).

Anche Porto Azzurro scoppia? 
Il carcere di Porto Azzurro in questo momento conta circa 400 detenuti di cui circa la metà stranieri (40 sono gli ergastolani). È una situazione che si è aggravata di recente: a gennaio 2011 i reclusi erano ancora 300, mentre il numero degli agenti e operatori è rimasto lo stesso. La popolazione carceraria è composta per lo più di persone povere (pare che il crimine non paghi) e quindi spesso la vita in carcere è ridotta a sopravvivenza. Molti stranieri sono senza riferimenti sul territorio, gli italiani provengono da famiglie che già vivono difficoltà. Ma i problemi sono legati sia all’aumento dei detenuti sia ai tagli degli investimenti. Meno possibilità di lavorare, meno educatori, difficoltà economiche per i detenuti e i loro familiari, aumento dello stress per gli agenti di polizia penitenziaria, e soprattutto difficoltà a pensare e progettare percorsi per il reinserimento dei detenuti a una normale vita sociale.

Come si presenta oggi il penitenziario? 
Le celle sono di diverse dimensioni comunque tra i 9 e 12 metri quadrati. Un centinaio, quelle più piccole, sono singole e nelle altre sono in due per cella non di più. Ci sono due aree adibite ai passeggi e un campo di calcio dove escono a turno per due volte al giorno. Una sala hobby dove producono oggetti di artigianato soprattutto in legno e una piccola palestra. La scuola offre corsi dalle elementari alla maturità scientifica e un interessante gruppo teatrale. In questo momento sono chiuse l’officina meccanica e la falegnameria, la biblioteca e la sala musica a causa della mancanza di fondi per pagare i lavoranti. A Porto Azzurro è nato anche il primo giornale redatto e stampato dai detenuti, si chiamava La grande promessa. Purtroppo da diversi anni tutto si è fermato. Coloro che lo avevano iniziato non sono più qui, e mi è parso di capire che si chiuse sempre per mancanza di finanziamenti e adesso il clima di chiusura che si respira non permette di investire in questo campo.

Quali sono le esigenze del carcere visto dal di dentro? 
I detenuti mi chiedono di essere ascoltati. Si parla della vita quotidiana e della capacità di non perdere la speranza. Il carcere è ovviamente un ambiente chiuso, ma è chiuso non solo da fuori, lo è anche da dentro. È l’anima che è in prigione in questo sistema carcerario. Il detenuto è spinto a essere diffidente verso tutti (detenuti, poliziotti e istituzioni) e così ci si ritrova più soli che mai. Talvolta anche la famiglia si allontana e quando è presente con l’affetto è una luce che dà prospettive di vita nuova. I più poveri mi chiedono anche aiuti materiali. In carcere sono assicurati i pasti principali, il letto e le medicine per sopravvivere. Il resto te lo paghi (come per esempio zucchero, caffè, schiuma da barba e in tempi di magra come adesso anche carta igienica, detersivi e bagnoschiuma). Chi ha i soldi (pochi) vive, spesso grazie agli sforzi dei familiari. Chi è solo e povero (e sono sempre di più) tira avanti aiutato dalle associazioni di volontariato e se ci sono risorse dall’amministrazione penitenziaria.

Ha senso parlare di indulto o amnistia per ridurre l’affollamento delle carceri? 
Credo che la soluzione migliore si trovi a monte, cioè nel ridurre le cause che portano in carcere tante persone. Per esempio tanti reati sono legati alla tossicodipendenza e al disagio economico e sociale ed è evidente che il carcere, per come funziona adesso, non sia una struttura adatta a far cambiare le persone che commettono reati per questi motivi ma semplicemente rimanda “il problema” di qualche anno e tampona mentre l’articolo 27 della costituzione dice che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.

Il governo ha approvato di recente un decreto, ribattezzato svuota carceri. C’è il rischio che aumentino i problemi della sicurezza? 
Non credo. Le leggi sono chiare e danno garanzie perché si tratta solo di facilitare l’accesso alle forme di pena alternative che già esistono e i criteri per accedervi restano gli stessi.

Non pensa che la lentezza della giustizia sia il vero macigno? 
Si, credo sia un limite per tutti, sia per i detenuti sia per chi lavora nel carcere. Purtroppo nel nostro sistema burocratico tante pratiche si rallentano perché chi non opera con spirito di umanità può esercitare un grande potere e rallentare l’operato di chi ha buona volontà. A Porto Azzurro c’è penuria di educatori, psicologi e assistenti sociali? Sicuramente qui non manca il lavoro per loro. Ma il bisogno dei detenuti è ben al di là delle risorse che sono assegnate in questo campo perché tutti questi operatori possano svolgere il lavoro in maniera adeguata ed efficace. Ciò spesso è frustrante sia per gli operatori sia per i detenuti. La buona volontà, il rimetterci spesso anche di persona fa andare avanti le cose. Il sistema è bloccato dalla preoccupazione di rendere tutto efficiente economicamente spesso a discapito delle persone.

In che cosa consiste la sua assistenza? 
Per quanto riguarda il servizio più strettamente “religioso”, celebriamo la messa la domenica e i giorni di festa, al mattino per il tempo di un’ora. Un piccolo gruppo di detenuti più motivati animano la liturgia e hanno formato un piccolo coro. Sono stabilmente cappellano a Porto Azzurro solo da un anno e in questo tempo l’attività prevalente è il colloquio con i detenuti. Per molti è un occasione per “sfogare” tutto il mondo interiore che ogni uomo si porta dentro. Non avendo io nessun “potere” nei loro confronti forse si sentono più liberi e a loro agio nell’aprirsi. Talvolta si parte da bisogni concreti e materiali che poi diventano occasione di approfondire la conoscenza. Talvolta sono le situazioni più personali o familiari da rivedere o recuperare. Talvolta è la vita spirituale che condividiamo e in questo anno tanto ho imparato da diversi di loro. La mia presenza come quella dei volontari è un ponte o meglio una finestra proiettata sulla realtà esterna, un’occasione per poter pensare ancora alla vita in termini di speranza e di recupero. Non tutto è luce e ci sono anche tante ombre, ma se non si crede nella capacità dell’uomo di redimersi e non si offre una possibilità, certamente le ombre restano.

Perché nonostante tutto rimane ottimista?
Segni positivi ce ne sono tantissimi. Li vedo quotidianamente. Un poliziotto che salva la vita a un detenuto rischiando la sua, un gesto di umanità che è stato riconosciuto e ringraziato da tutti sia poliziotti che detenuti. Oppure l’anno scorso, tra mille difficoltà, un detenuto si è laureato grazie alla collaborazione di associazioni e educatori. È la vita che non si arrende. Sono fiori tra i sassi. Ma per noi è così, è il Regno simile al granello di senape. Occorre ripartire dalla fiducia che in ogni uomo resta sempre l’immagine del suo creatore, anche quando lui stesso non la riconosce, la nega o la offende in sé e negli altri. Non arrendersi, incoraggiare e creare tutte le occasioni possibili che nutrono la vita vera di ogni essere umano: la sua capacità di amare.