di Chiara Santomiero

ROMA, domenica, 13 giugno 2010 (ZENIT.org).- “Né polemico, né apologetico, ma un testo che raccogliendo una notevole quantità di dati sull’argomento, si offre come uno strumento di interpretazione importante nella nostra cultura”. Ha descritto così, padre Franco Imoda, S.I., presidente della Fondazione La Gregoriana, il libro dal titolo “Chiesa e pedofilia. Una ferita aperta” (Ancora editrice) curato dai padri gesuiti Giovanni Cucci e Hans Zollner, presentato lo scorso 8 giugno presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.

La valutazione del fenomeno, secondo Imoda, deve passare attraverso un duplice filtro: oltre ad indagare il profilo psicologico dell’abusatore per poter effettuare una diagnosi ed individuare una terapia, occorre anche fare riferimento al contesto culturale antropologico in cui viviamo.

“Oggi – ha affermato il presidente della Fondazione La Gregoriana – la difficoltà culturale della persona è la frammentazione della verità: ci sono tante informazioni ma è difficile metterle insieme in modo coerente”. Si riscontrano “rispetto alla vita un diffuso senso di depressione e mancanza di fermezza nella volontà, a lunga e breve scadenza”. Si avverte una “disarmonia delle forze che muovono l’essere umano. Come unificarle attorno ad un principio di vita?”.

E’ proprio nella cornice di “questo contesto – ha continuato – che siamo chiamati ad avvicinarci al fenomeno della pedofilia nella Chiesa per comprenderlo ed interpretarlo”.

Imoda ha quindi ricapitolato alcune delle considerazioni messe in evidenza dagli autori che attraverso il libro intendono offrire un approccio psicologico-pastorale al problema. Innanzitutto la “difficoltà di individuare un profilo psicologico di riconoscimento delle persone riconosciute colpevoli di abusi, tra le quali si può trovare ogni tipo di categoria di persone: professionisti, manager, politici, sacerdoti, docenti, allenatori sportivi, educatori”. Molti di loro “sono sposati con figli, smentendo il luogo comune di una sostanziale equivalenza tra pedofilia e celibato”.

I giudizi sommari, avvertono gli autori, “rischiano con facilità di scivolare in una forma di abuso di altro tipo”. Va anche sottolineato che “i casi di pedofilia capitati all’interno della Chiesa cattolica sono solo il 3% dei casi denunciati a fronte della larghissima attenzione ad essi riservata dall’opinione pubblica e dai media, sia per l’alto compito educativo dei sacerdoti che per la non condivisione della morale in campo sessuale della Chiesa stessa ”.

Poiché “gli autori di crimini sessuali sono indistinguibili in superficie, c’è necessità di un approfondimento attraverso alcuni elementi psicologicamente rilevanti” con l’avvertenza che si tratta comunque di “segni che vanno letti nel contesto di una storia”. Risulta difficile “anche l’individuazione di una psicodinamica: i soggetti spesso non riconoscono il problema e sono resistenti alla terapia”.

Per i sacerdoti viene spesso chiesta la riduzione allo stato laicale, una soluzione che “può essere doverosa ma non è detto che sia la cosa migliore per le potenziali vittime e anche per i colpevoli che rientrati in società senza alcun controllo tornano facilmente a commettere abusi”.

Un altro capitolo importante, ha sottolineato Imoda, è quello “del contrasto alla cultura della pedofilia”. In materia vige “uno strano silenzio del mondo dell’educazione e soprattutto da parte di psicologi, psichiatri e psicoterapeuti” a fronte “dell’abbondanza dei ‘sentito dire’ cioè la facilità con cui persone senza competenza si sono prodigate in questi ultimi mesi in giudizi, analisi, commenti, prescrizioni”.

Quasi mai “sono state indagate le possibili cause e, soprattutto la prevenzione e gli aiuti possibili nei confronti delle vittime della pedofilia”. Nell’opinione pubblica “si oscilla tra criminalizzazione e liberalizzazione, in nome della libertà sessuale” mentre “la pedofilia è una perversione e per essere riconosciuta come tale necessita di una norma etica e psicologica prima che giuridica”.

Il merito degli autori del libro, secondo don Alessandro Manenti, psicologo e psicoterapeuta che insegna presso il Centro interdisciplinare per la formazione dei formatori al sacerdozio della Università Gregoriana, è proprio quello “di aver alzato il tiro della discussione in merito al problema della pedofilia nella Chiesa cattolica, sottolineando i tanti aspetti che si intrecciano e che possono essere affrontati grazie alla loro duplice competenza di psicologi e teologi”.

Il problema dei preti pedofili, infatti, “coinvolge una problematica psichiatrica particolare, ma in quanto messa in atto da sacerdoti coinvolge l’antropologia cristiana”. L’interrogativo di fondo deve essere “come mai in un contesto del genere è in grado di nascere l’idea che certi atteggiamenti possano essere attuati senza sensi di colpa? E’ possibile che il contesto cristiano possa essere erroneamente interpretato da persone che useranno il ruolo del sacerdote come copertura per soddisfare progetti più o meno consci?”.

“Il problema dei preti pedofili – ha sostenuto Manenti – richiama l’aspetto educativo perché interpella sulla formazione che si dà nei seminari”. In questo senso “la pedofilia è l’avvertimento tragico ed eclatante del destino in cui incappa il sistema dei valori quando non riesce ad intercettare la personalità del soggetto in formazione”.

Va sottolineato che “il sacerdozio è a rischio per sua stessa natura in quanto se i valori che dovrebbero essere al centro dell’identità della persona vengono praticati dal di fuori, come un’impalcatura, con il tempo e le vicende della vita, essi crollano e a quel punto non vengono sostituiti da altri valori, ma da perversioni”. In questo campo “vale il principio evangelico che a chi non ha, sarà tolto anche ciò che ha. All’assenza di valori forti corrispondono perversioni, qualunque esse siano e per questo bisogna educare a valori forti, non ideali”.

Che cosa può fare un educatore? “Ci sono aree – ha affermato Manenti – particolarmente deboli nelle quali la pedofilia, così come altri disturbi meno gravi, potrebbero attecchire, nelle quali cioè il soggetto potrebbe essere portato ad una interpretazione errata della vocazione”.

Una di esse è l’area del potere: “sappiamo che il problema di fondo del pedofilo non è la pulsione sessuale ma la mancanza assoluta di stima di sé come persona. Egli risolve questo problema di sicurezza ricorrendo all’area del potere, dominando le persone più deboli”. Un potere, in questo caso “soprattutto simbolico, non coercitivo, ma legato al fascino del ministero esercitato. Il pedofilo cerca di carpire il potere rubandolo, senza doverlo conquistare”.

L’area del potere “può attirare alla vocazione cristiana personalità distorte: il sacerdozio offre un potere che viene per mandato – dall’ordinazione -, non meritato, esercitato senza controlli e supervisioni, legato alla scelta più che al modo di vivere”. Questa dinamica, secondo Manenti “può attirare persone che usano il potere per compensare proprie mancanze”.

Allo stesso modo è un’area di rischio quella del successo: “il pedofilo soffre di un disturbo narcisistico. Ottiene il successo con un sistema di raggiri, non passa attraverso delle prove, ma usa la seduzione. Il sacerdozio potrebbe essere inteso come una fonte di successo, ottenuto senza necessità di essere conquistato”. Può succedere quando “il sacerdozio viene letto dal seminarista come un arrivo, non un cammino da svolgere, uno status e non una missione”.

La terza area di rischio è quella delle relazioni. “Il problema del pedofilo – ha spiegato Manenti – non è la relazione con il bambino ma con gli adulti; non è capace di rapporti di reciprocità con gli adulti e compensa la mancanza di relazioni con ‘oggetti’, bambini, con i quali è più facile la cultura dell’equivoco, far apparire qualcosa che sia falso come incredibilmente vero”.

“La patologia grave – ha avvertito Manenti – ha il potere di risucchiare l’occhio e la mente di chi la cura, sia familiari che psichiatri. Il malato ci risucchia nel suo castello e ci fa perdere la lucidità di giudizio: si può pensare a cosa significhi per una famiglia avere in casa un tossicodipendente”.

Per Manenti “anche lo scandalo della pedofilia nella Chiesa può avere lo stesso effetto catalizzatore”. Occorre allora che “qualcuno controlli che in angoli diversi della casa non si formino altri focolai d’incendio, altrimenti ad incendio domato scoppieranno nuovi incendi, con la differenza che i preti pedofili avranno imparato ad essere più cauti”.

E’ necessario quindi “un check up generale della formazione dei sacerdoti evitando che il sacerdozio attiri persone che vedono in esso prospettive che la vocazione presbiterale non si immagina nemmeno di offrire”.

“Per quanto il problema della pedofilia nella Chiesa sia limitato – ha affermato padre Cucci, uno degli autori del libro – resta comunque un fenomeno gravissimo”. Il libro si propone di “aiutare a riflettere e a individuare le responsabilità morali, giuridiche, pastorali, che nascono da omissioni e inadempienze, – come ha rilevato da Benedetto XVI – procedure inadeguate alla selezione, insufficiente formazione umana, morale, intellettuale e spirituale”.

Da qui la “necessità di una formazione integrata, capace di ricomprendere gli ambiti fondamentali della persona, e cosa si intende per maturità affettiva e sessuale, al di là dello specifico problema degli abusi”. Allo stesso modo, ha concluso Cucci “rimane indispensabile una formazione adeguata dei formatori che li renda equilibrati, preparati e capaci di dire con la vita la bontà dei valori che sono chiamati a trasmettere”.