di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana

Sono circolate negli ultimi giorni molte notizie di stampa sul rapporto della Commissione d’inchiesta sugli abusi di minori affidati alle responsabilità di istituzioni e parrocchie cattoliche in Olanda, pubblicato la settimana scorsa.

Palesemente, molti di coloro che ne parlano non hanno letto il rapporto. Se n’è lamentata in Olanda la stessa Commissione. Che cosa è veramente successo?
A fronte di campagne di stampa, nel 2010 la Conferenza episcopale olandese e la Conferenza dei religiosi olandesi hanno creato una Commissione d’inchiesta indipendente composta da docenti universitari cattolici – alcuni dei quali piuttosto «progressisti» – e non cattolici, incaricandola di raccogliere e analizzare dati nell’arco di tempo che va dal 1945 al 2010. Questa Commissione ha ora reso il suo rapporto.
Nel presentare i dati quantitativi, la Commissione precisa che riguardano abusi su minori di 18 anni e che non ha neppure tentato di disaggregare i numeri relativi ai casi di vera e propria pedofilia – cioè di abusi su minori prepuberi – che sono peraltro certamente minoritari rispetto al totale. Fa pure notare che le cifre riguardano accusati e non colpevoli: è statisticamente verosimile che una percentuale degli accusati sia innocente, e i condannati da tribunali civili ed ecclesiastici sono molto pochi. Infine, è sbagliato riferire queste cifre a «preti che abusano», dal momento che comprendono tutti i dipendenti di parrocchie, scuole e istituti religiosi, molti dei quali sono laici.
Utilizzando il metodo che era stato adottato negli Stati Uniti nei tre famosi rapporti del John Jay College, cioè scavando negli archivi dello Stato e della Chiesa, la Commissione è arrivata a un totale di 1. 795 accuse di abuso su minori in un contesto cattolico nei sessantacinque anni esaminati: 27 accuse all’anno, che è una cifra percentualmente coerente con quelle statunitensi.
La Commissione però ha seguito anche un altro metodo, spedendo 34. 000 questionari a cittadini olandesi maggiori di quarant’anni. Con un’elaborazione matematica di questi dati ha concluso che i casi di abusi da parte di personale cattolico nei 65 anni dal 1945 al 2010 potrebbero essere molti di più di quelli che hanno dato luogo a specifiche accuse, e sarebbero tra i diecimila e i ventimila, con circa 800 «responsabili» – non tutti preti -, 105 dei quali sarebbero ancora vivi. Naturalmente la Commissione si rende conto, e lo scrive, che un’indagine condotta mediante questionari sui ricordi degli olandesi produce risultati incerti e da valutare con molta cautela, «perché parliamo di un periodo di 65 anni, perché la memoria umana è fallibile e perché le opinioni su che cosa costituisca un abuso sessuale divergono». Non c’è neppure bisogno di dire che tutte queste cautele sono sparite nei resoconti giornalistici sul rapporto.
Così come è sparito un altro elemento essenziale. In coerenza con tutta la letteratura sociologica internazionale anche la ricerca olandese – con tutti i suoi problemi metodologici, francamente ammessi – conferma che, mentre è diffusa l’idea «che l’abuso sessuale si verifichi in modo significativamente più frequente nella Chiesa Cattolica che in altri contesti analoghi (istituzioni non cattoliche), questo non è affatto vero sulla base della nostra indagine». Gli abusi di minori sono da anni una piaga più diffusa in Olanda che altrove, e il rapporto ci ricorda che nel Paese dei tulipani «ogni anno più di centomila bambini sono vittima di abusi: mentali, fisici ma anche – come i dati della nostra ricerca hanno mostrato – sessuali». Le istituzioni cattoliche in Olanda non sono un ambiente più pericoloso di altri per i bambini.
Quali sono le cause di questi abusi? Il rapporto distingue fra cause che riguardano la società olandese in generale – caratterizzata da impulsi libertari che talora hanno giustificato ogni forma di sperimentazione sessuale, pedofilia compresa – e cause interne alla Chiesa Cattolica. Fra queste dà rilievo a una pessima selezione e formazione dei candidati al sacerdozio, specialmente negli anni 1960 e 1970. Nonostante gli ammonimenti romani, candidati con evidenti problemi psicologici e sessuali erano sistematicamente ordinati, anche perché i centri psichiatrici incaricati dalle diocesi di valutazioni indipendenti dei seminaristi a loro volta spesso condividevano idee libertarie in tema di sessualità. Rimaneva anche in vigore una pratica di reclutamento di seminaristi molto giovani e non in grado di comprendere che cosa implica il celibato. Peggio, dopo il Vaticano II alcuni vescovi olandesi ordinavano candidati che non intendevano vivere il celibato, assicurando loro che presto Roma avrebbe ceduto e avrebbero potuto tranquillamente sposarsi.
Sul celibato, precisamente, il rapporto cerca un difficile equilibrio fra dati statistici e opinioni «progressiste» favorevoli al matrimonio dei sacerdoti diffuse – e se ne dà atto – nella Chiesa olandese e tra gli stessi membri della Commissione. Afferma così che sul piano sociologico «non ci sono prove» di un’influenza del celibato sugli abusi, precisamente perché gli abusi sono percentualmente maggiori in ambienti non cattolici e non celibatari. Ma scrive pure che, interpellando oltre ai sociologi anche alcuni psicologi, la Commissione ha raccolto e fa sua l’opinione secondo cui «non è inconcepibile» che un modo immaturo di vivere il celibato porti alcuni sacerdoti agli abusi.
Di particolare interesse è la parte sulle reazioni dei vescovi olandesi, che distingue tre diversi periodi: un tentativo di reprimere gli abusi, pur non comprendendo totalmente il problema, negli anni 1950; una cultura del silenzio e una gravissima negligenza dagli anni 1960 agli anni 1990; e una nuova severità, recependo le direttive vaticane, negli anni 2000. Il rapporto indulge a un po’ di retorica liberal sul carattere chiuso e patriarcale della Chiesa-istituzione, ma è difficile non notare come le peggiori negligenze di vescovi e superiori religiosi si siano verificate in coincidenza con l’egemonia in Olanda di una teologia progressista che minava in particolare i fondamenti tradizionali della morale.
Con qualche concessione talora eccessiva al linguaggio di quella stessa teologia, e con i problemi metodologici che ho fatto notare, il rapporto dipinge un quadro sostanzialmente realistico. «L’incidenza di abusi sessuali di minori nella Chiesa Cattolica olandese nel periodo 1945-2010 è relativamente piccola in termini percentuali, ma è un serio problema in numeri assoluti». Nella Chiesa Cattolica olandese non ci sono stati in percentuale più abusi che nelle altre istituzioni olandesi in contatto regolare con minori, e solo una percentuale infima del clero è stata coinvolta. Tuttavia questi casi in numeri assoluti sono sempre troppi, chiamano in causa la cattiva gestione dei seminari e delle diocesi e un clima di diffusa contestazione della teologia morale cattolica. E giustificano le severissime parole del Papa su episodi vergognosi che disonorano tutta la Chiesa.