“Presbiteri e celibato per il Regno di Dio” è il tema scelto dal cardinale arcivescovo di Milano per la tradizionale riflessione rivolta al clero della diocesi in occasione del pontificale celebrato in Duomo nel pomeriggio di mercoledì 4, festa di san Carlo Borromeo. Pubblichiamo ampi stralci dell’omelia.

di Dionigi Tettamanzi

Celebriamo la festa di san Carlo Borromeo nell’Anno sacerdotale che il Santo Padre ha proposto alla Chiesa al fine di “contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi” (Lettera di indizione, 16 giugno 2009). Chiamati per grazia insieme a tutti i suoi discepoli a imitare la vita e a condividere la missione di Gesù, ascoltiamo sempre con profonda risonanza interiore le esigenze del radicalismo evangelico. In particolare noi presbiteri ne siamo attratti, non solo perché siamo “dalla” Chiesa e “nella” Chiesa – membri di essa come tutti i battezzati – ma anche perché siamo “di fronte” alla Chiesa, in quanto configurati a Cristo Capo e Pastore, abilitati e impegnati al ministero ordinato, che è vivificato dalla carità pastorale.
Il radicalismo evangelico – che abitualmente viene riferito ai cosiddetti consigli evangelici di obbedienza, castità e povertà – è in realtà un vero e profondo umanesimo, un modo originale in cui si compie – in una vita trasfigurata, virtuosa e bella – l’umanità di una persona. Al riguardo l’insegnamento del concilio Vaticano ii, con gli sviluppi successivi della teologia, ci indica con chiarezza nella “carità pastorale” la chiave di lettura e d’interpretazione, anzi il principio sorgivo e l’alimento costante dei consigli evangelici vissuti dal presbitero:  una “carità pastorale” specifica che scaturisce dal sacramento dell’Ordine come sua grazia e responsabilità (cfr. Presbyterorum ordinis, n. 16). E così già ora possiamo affermare che il celibato presbiterale ha una sua originalità o specificità rispetto a quello dei monaci e delle persone consacrate:  esso infatti si radica nella carità pastorale che fluisce dall’Ordine sacro ed è pertanto posto al servizio del popolo di Dio e rientra nel ministero tipico del presbitero.

Il presbitero può riferire a sé l’immagine e le espressioni che Gesù usa per descriversi come il pastore che dà la vita per le pecore, ma sempre e solo in modo analogico e partecipato. Il presbitero non ha la presunzione di salvare alcuno; sa di conoscere così poco del mistero di ciascuno! Il presbitero è chiamato ad amare con la libertà spirituale del servo che amministra la casa di un altro e del messaggero inviato a preparare la strada al Signore che viene.
L’amore del presbitero presenta alcuni tratti della crocifissione ed è reso possibile e gioioso solo da una forte appartenenza al Signore, che gli ha riempito la vita e unificato il cuore. Donandogli una fraternità presbiterale, che diviene dimora e riposo, il buon Pastore lo apre ad amicizie limpide e libere, doni – questi – belli e necessari per custodire la grazia del celibato.
Per intendere le dinamiche di questo amore possiamo rileggere i documenti del concilio Vaticano ii, in specie il decreto Presbyterorum ordinis (7 dicembre 1965) come pure i testi del magistero postconciliare, quali l’enciclica Sacerdotalis caelibatus di Paolo VI (24 giugno 1967) e le esortazioni apostoliche postsinodali Pastores dabo vobis di Giovanni Paolo II (25 marzo 1992) e Sacramentum caritatis di Benedetto XVI (22 febbraio 2007). Questi testi presentano le ragioni teologiche, spirituali e pastorali del celibato del presbitero considerandolo nel servizio alla vita e alla missione della Chiesa e nel rapporto al sacramento dell’Ordine e dell’Eucaristia. Non sono mancate discussioni, difficoltà e obiezioni nel periodo postconciliare in merito alla scelta plurisecolare del celibato dei presbiteri nella Chiesa di Occidente. Del dibattito rassegne puntuali sono offerte dall’enciclica citata di Paolo VI e dall’esortazione Pastores dabo vobis.
Riprendo l’esortazione di Paolo al discepolo Timoteo:  “Non trascurare il dono spirituale che è in te e che ti è stato conferito… con l’imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri… Vigila su te stesso… e sii perseverante” (1 Timoteo, 4, 14-16). E di nuovo:  “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te” (2 Timoteo, 1, 6).
Il “dono spirituale”, il “dono di Dio” di cui parla l’apostolo riguarda in modo esplicito e diretto il sacramento dell’Ordine; ma può legittimamente applicarsi al dono del celibato che nella Chiesa latina è connesso al presbiterato. Anche il dono prezioso del celibato non va trascurato ma “custodito”, non va vissuto come qualcosa di banale e di abitudinario ma “ravvivato”. In questa prospettiva indico alcune condizioni concrete di vita morale e spirituale per custodire e ravvivare il celibato presbiterale.
Deve essere vissuto, anzitutto, in un contesto di fede orante, reso oggetto di un gioioso e costante rendimento di grazie al Signore e insieme di una preghiera umile e fiduciosa d’invocazione dell’aiuto di Dio per continuare a “capire”, ad avere mente e cuore aperti per vivere il celibato presbiterale al servizio del Regno.
Nella consapevolezza della propria fragilità morale e spirituale – siamo “vasi di creta” (cfr. 2 Corinzi, 4, 7) – il celibato deve essere sempre accompagnato da una grande vigilanza, che rende il presbitero attento ai rischi possibili e lo difende dai pericoli che può incontrare. Per questo occorre far tesoro della sobrietà, la virtù che non interessa solo i beni materiali, ma coinvolge lo stile complessivo di vita, uno stile governato dalla “giusta misura” in tutto:  nelle parole, negli sguardi, nei cibi e nelle bevande, negli incontri, nei gesti, nell’uso del tempo, dei media. Certo nessuna di queste realtà è negativa in sé, ma può diventare problema quando allenta o inibisce l’autentica libertà della persona, come può accadere con i nuovi strumenti di comunicazione – internet, a esempio – e le non rare forme di “dipendenza” da essi. L’inno liturgico ci ammonisce:  “Sobrio sia il cibo, sobria la parola; contro le insidie del male l’animo attento allo Spirito vigili i sensi inquieti”.
Essenziale per la “custodia” del dono del celibato sacerdotale è il perseverare nella fedeltà, più precisamente nella fedeltà creatrice. La fedeltà creatrice è l’arte di coltivare il dono di Dio perché porti frutto in tutte le età della vita. Ci sono infatti, anche per quanto riguarda la scelta del celibato, grazie e tentazioni tipiche delle diverse età.
La fedeltà al celibato ha una sua dimensione storica che chiede di essere adeguatamente onorata e vissuta. È una fedeltà che rimanda al passato, alla sua sorgente, alla “scelta fondamentale” che decide in modo radicale e definitivo l’orientamento della propria esistenza:  vivere da “eunuchi” per il Regno, al servizio del popolo di Dio. Questa fedeltà s’inalvea nello scorrere del tempo, coinvolge il presente e si apre al futuro. Una fedeltà, dunque, che abbraccia l’intero arco temporale della vita. La fedeltà al celibato esige dal presbitero che ogni giorno rinnovi la sua scelta libera – con un’adesione amorosa e obbediente alla decisione originaria – e insieme che accolga e viva la grazia di Dio.
“Il celibato sacerdotale vissuto con maturità, letizia e dedizione è una grandissima benedizione per la Chiesa e  per  la  stessa  società”.  Così  Benedetto XVI conclude il paragrafo sul celibato dei preti nell’esortazione Sacramentum caritatis (n. 24). Vivere “con maturità, letizia e dedizione” il celibato ha un significato non solo personale ed ecclesiale, ma anche sociale, culturale, laico. È qualcosa che riguarda anche il mondo, la società, il costume in atto, la mentalità dominante.
L’attuale contesto socio-culturale, insieme ai suoi aspetti positivi, si presenta chiuso e ostile, se non sconcertato e incredulo, di fronte alla scelta di un amore casto e ancor più di una vita celibe. È diffusa una cultura che svincola la sessualità da ogni norma morale oggettiva, ossia dalla verità e dal bene, e che fatica a comprendere quale valore possa avere la rinuncia al matrimonio e alla famiglia. È del tutto naturale allora che il prete celibe venga “sfidato” da una simile cultura. Ma qui una grande opportunità gli è data:  porsi lui stesso come “sfida” vivente, come “appello” ineludibile rivolto a questo contesto socio-culturale. Ed è quanto avviene con una vita di celibato “matura, lieta e donata”. Una testimonianza così sprigiona una singolare forza di provocazione e attrazione. Denuncia sentimenti e comportamenti che non rispettano il “significato sponsale” del corpo umano – e dunque l’amore casto dell’autentica comunione e donazione di sé – e attrae verso la bellezza e la serietà, verso una più grande ricchezza di “umanità”, guadagnata dall’amore casto e dal celibato a causa del regno di Dio.
Questa è la necessaria e decisiva testimonianza richiesta – oggi in particolare – al prete celibe:  mostrare il profondo significato umano e umanizzante della propria scelta – che non impoverisce né tanto meno soffoca i valori della sessualità – e insieme proporre una “terapia spirituale” per i propri fratelli e sorelle per guarire le “ferite” che il male arreca ai valori della persona o perché li assolutizza o spinge in vario modo a trasgredirli.
La testimonianza del celibato del presbitero è una benedizione per la Chiesa, per le comunità cristiane:  è un vivere la vocazione, i doni e i compiti ricevuti dal Signore al servizio della Chiesa. La parola dell’apostolo Pietro ci aiuta a cogliere questa ricchezza ecclesiale che fa incontrare tra loro le diverse testimonianze di vita, le risposte concrete ai doni dello Spirito:  “Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio” (1 Pietro, 4, 10).
È vivendo secondo la grazia ricevuta che i presbiteri possono rimanere fedeli e crescere nell’adesione convinta e generosa al celibato:  così offrono una preziosa testimonianza, sia alle persone di vita consacrata chiamate ai consigli evangelici, sia ai coniugi cristiani nel loro impegno all’indissolubilità richiesta dal sacramento del matrimonio. E reciprocamente possono fare i consacrati e le coppie cristiane – con la loro pronta e coraggiosa fedeltà agli impegni assunti – nei riguardi dei presbiteri. Si realizza così un servizio reciproco tra le diverse vocazioni operanti nella vita e missione della Chiesa. Un servizio che conosce le modalità più varie, dalla parola alla vicinanza nei momenti della difficoltà, dall’esempio al sostegno amicale e fraterno, dalla testimonianza umile e gioiosa al contagio spirituale della preghiera. La testimonianza tra le diverse vocazioni nella Chiesa, al di là del necessario impegno umano, non può realizzarsi se non è animata dalla grazia di Dio. La fedeltà è dono del Signore, così come suo dono è l’aiuto reciproco che i diversi stati di vita si scambiano nel vivere la fedeltà. Anche nell’ambito, impegnativo ma liberante, della fedeltà che è propria delle varie vocazioni si dà l’affascinante e fecondo mistero della communio sanctorum:  la fedeltà dell’uno aiuta la fedeltà dell’altro. E così con il concorso di tutti appare nella sua luminosità il volto della Chiesa Sposa fedele di Cristo Signore.
La testimonianza della fedeltà al celibato per il regno di Dio da parte dei presbiteri suscita una singolare fecondità vocazionale. La risposta dei giovani alla chiamata del Signore al sacerdozio trova infatti in un celibato  vissuto in modo umanamente maturo e con gioia evangelica un fattore decisivo di credibilità per affascinare e facilitare i giovani a seguire la strada indicata dal Signore.

(©L’Osservatore Romano – 5 novembre 2009)