di Michele Brambilla
Tratto da Il Giornale del 13 agosto 2009

Un paio di settimane fa, a Cortina, nel corso di un dibattito sui «vizi» di noi italiani, il corrispondente del prestigioso settimanale americano Time ha detto che «l’Italia è un Paese che gioca per il pareggio».

Lì per lì m’è sembrato uno dei soliti giudizi un po’ spocchiosetti con i quali il mondo anglosassone vuol rimarcare la propria superiorità e la nostra subalternità, diciamo il nostro ruolo di colonia o peggio ancora di repubblica delle banane. Sciocchezze per replicare alle quali sarebbe sufficiente ricordare che loro, gli Imperatori, non hanno neppure il bidet.

Ieri e ieri l’altro, però, sui giornali è stata data con grande risalto una notizia che dimostra che certe battute come quella del corrispondente di Time, effettivamente, ce le andiamo a cercare. La vicenda, grottesca, è in sintesi questa. L’Invalsi, il nostro istituto nazionale di valutazione dell’apprendimento scolastico, ha fatto fare un test a un amplissimo campione di studenti di terza media. Alla fine è risultato che i ragazzi più preparati erano quelli del Sud. Allora l’Invalsi ha corretto i risultati dei test per far primeggiare i ragazzi del Nord. L’assessore alla pubblica istruzione della Regione Campania – e non solo lui, in verità – ha gridato al broglio, allo scandalo, al razzismo, all’inerte accodarsi del nostro ministero alle scalmane di Bossi.

Senonché – andiamo avanti sperando che il lettore non abbia perso il filo – è risultato che la Lega, e la politica in generale, non c’entrano nulla. L’Invalsi ha ri-corretto i risultati dei test per il semplice motivo che i ragazzi del Sud avevano copiato, e copiato con la benedizione – anzi, con la fattiva collaborazione – dei loro insegnanti. Come ha spiegato molto bene su La Stampa di ieri Luca Ricolfi, che della materia è un esperto, la «correzione» di risultati di test e sondaggi non è un’eccezione ma la norma; ci sono sofisticati sistemi matematico-statistici che permettono di scoprire – ad esempio – se un intervistato mente, o risponde a caso; così come permettono di capire, nel caso di test di valutazione, se chi ha risposto ha copiato o ha avuto un aiutino determinante.

Ma, a spazzare via ogni dubbio, è venuta poi la confessione collettiva dei prof delle medie del Sud: sì, è vero, abbiamo aiutato i ragazzi e li abbiamo fatti copiare. E perché? Naturalmente si sono invocati i nobili ideali e la scopiazzatura è stata classificata come diritto per se stessi e per gli alunni. Sul Corriere della sera di ieri, ad esempio, la professoressa Venere Anzaldi, docente di matematica a Palermo e sindacalista dei Cobas, ha detto di «giustificare» il taroccamento dei test e di considerarlo una specie di autodifesa contro l’immancabile «degrado» della scuola pubblica, specie al Sud.

«Nobili» motivazioni a parte, la verità è che qui non siamo neanche nella classica storia italiana di imbroglietti e raccomandazioni, trucchetti e furbate. Siamo, appunto, in quel «giocare per il pareggio» di cui parlava il collega americano. È piuttosto evidente, infatti, il vero motivo per il quale molti professori hanno deliberatamente fatto copiare i ragazzi. Il test dell’Invalsi non serve solo per valutare quanto hanno appreso gli alunni; indirettamente, è anche un test per valutare quanto e come hanno insegnato gli insegnanti. Facendo fare bella figura ai ragazzi, insomma, i prof fanno anch’essi bella figura, e acquistano crediti per la scuola e soprattutto per sé, per le proprie graduatorie, i propri scatti in avanti e così via.

La vicenda dei test Invalsi rientra dunque a pieno titolo nella tradizione italiana per la quale, come diceva Andreotti, «tutto s’accomoda». Ma rientra pure (e anzi soprattutto) in quel nostro costume che prevede una sorta di più o meno tacita complicità fra soggetti che giocano in campi diversi ma che sono accomunati dallo stesso obiettivo: sfangarla. Il prof che aiuta lo studente a barare ha l’aggravante di diseducare i giovani: ma per il resto non è molto diverso dal finto malato che trova pace nella propria coscienza pensando ai colleghi essi pure finti malati.

È l’Italia, o meglio una parte (purtroppo radicata) dell’Italia. Quella parte che appunto rinuncia a buttare il cuore oltre l’ostacolo per migliorare se stessa e il Paese, e si accontenta di giocare per un punticino che garantisca quella squallida ma tanto rassicurante posizione a metà classifica.