L’altra sera quando sono uscito dalla sala del cinema Cristallo in quel di Cesano Boscone, all’estrema periferia sud di Milano, dopo aver visto il film del regista polacco Rafal Wieczynski, Popieluszko. Non si può uccidere la speranza, ho  pronosticato scarsa diffusione anche per questo film così come per Katyn, il film di Wajida. Lo vedranno i soliti interessati all’argomento. Invece Popieluszko dovrebbe essere visto in tutte le scuole e  nelle parrocchie, chissà se i nostri sacerdoti avranno il tempo di proporlo ai loro parrocchiani.

Era stato presentato il 18 gennaio scorso al solito cinema Palestrina di Milano da l’associazione Sentieri presente il regista, il console polacco in Milano, Krzysztof Strzalka, il giornalista del quotidiano “Avvenire” Luigi Geninazzi,  la produttrice del film Julita Swircz Wieczynska e la Presidente dell’Associazione Polacchi a Milano.

Come per Katyn il film sul sacerdote polacco ha avuto una vita distributiva travagliata ed è uscito in poche sale. Diretto dal giovane regista polacco Rafal Wieczynski, rievoca, a 25 anni esatti dalla violenta morte, l’uccisione di padre Jerzy Popieluszko, sacerdote nemmeno quarantenne che divenne a inizio anni 80 una spina nel fianco del regime comunista. Popieluszko divenne infatti in quegli anni la guida spirituale del sindacato libero Solidarnosc, inviso al Potere. In realtà cominciò tutto casualmente, quando un gruppo di operai impegnati in duri scioperi nelle acciaierie di Varsavia chiese alla Chiesa locale un sacerdote per poter seguire la Messa anche dentro l’“assedio” dell’occupazione.

Padre Popieluszko fu l’interprete visibile della tenacissima resistenza della società polacca al comunismo, impossibile senza il ruolo discreto della Chiesa polacca.

Il film del giovane regista è fedelissimo ai fatti, addirittura tra gli interpreti c’è l’incredibile apparizione del primate Jozef Glemp nei panni di se stesso. (con obbligatoria, e non frivola, tinta ai capelli ormai bianchi per renderli nuovamente neri come un tempo) in due colloqui che riproducono esattamente quelli avvenuti realmente.

Il film è lungo ma appassionante, racconta i fatti così come avvennero, dall’inserimento di numerosi spezzoni documentari, con le vere immagini del prete polacco, di Walesa e dei vari viaggi di papa Wojtyla nella sua terra. interpretati da Adam Biedrzycki, davvero somigliante al martire della Polonia cattolica.

“Così vediamo Popieluszko predicare tra la sua gente (in messe strapiene di fedeli, e seguite da numerose spie), parlare di libertà e verità ma sempre fedele al suo ministero sacerdotale, ovvero non dimenticandosi mai di essere un prete e non un agitatore (come si vede in varie scene, alcune ironiche, rispetto ai suoi fedeli semplici e spesso impetuosi ma anche verso i suoi nemici che non sono mai oggetto di odio), testimone appassionato di Cristo”.(Antonio Autieri, Nei cinema la fedele vita di un martire che ha fatto la storia dell’Europa, 6.11.2009 Il Sussidiario.net).

Padre Popieluszko fu un prete scomodo per il partito comunista polacco succube dell’Unione Sovietica, fu amico del popolo e della gente semplice, come gli operai e le loro famiglie, che certo trovavano nella Chiesa quella solidarietà e quel sostegno di fronte alle provocazioni e alle angherie del regime. Un uomo mite ma deciso, di cui non si nascondono sentimenti come la paura di fronte alla violenza che via via stringe il suo cerchio attorno a lui; anche se il popolo non gli farà mai mancare il suo sostegno.

Il film risente di un’impostazione televisiva e poco cinematografica, il film non ha invenzioni di regia o di sceneggiatura folgoranti – scrive Autieri – come poteva essere Katyn di un maestro come Andrzej Wajda.

E’ una precisa scelta di Rafal Wieczynski, raccontare una storia importante attraverso il realismo semidocumentaristico, vicina allo spettatore polacco non più giovane.

Ma il taglio documentaristico e a tratti didascalico, senza essere mai noioso, diventa però molto utile anche ai giovani che non hanno mai sentito parlare di quei fatti. In Polonia come altrove. Nel nostro paese Solidarnosc e padre Popieluszko, 25 anni fa, erano nomi familiari e cari almeno ai cattolici. Oggi, ahinoi, se ne è persa la memoria. Questo film giunge dunque prezioso a rinnovarla. Giovanni Paolo II lo definì un “autentico profeta dell’Europa, quella che afferma la vita attraverso la morte”.
Popieluszko è il sacerdote che si fece martire per guidare la sanguinosa rivoltà di Solidarnocs, guidata dal mitico Lech Walesa. Popieluszko diventa per il suo popolo una guida non solo spirituale ma anche un leader politico, sebbene non nel senso wajdano, arrestato e sottoposto a un processo imparziale. Purtroppo pagherà il suo interventismo appassionato con la vita: il suo corpo verrà ritrovato senza vita il 10 ottobre 1984.

Popieluszko è un film di guerra, – scrive Angela Cinicolo – la guerra che fu combattuta dai giovani e dagli operai per le strada di Varsavia, pacificamente, e che il regime comunista sedò duramente con lo scontro armato. Una guerra che coinvolse il giovane prete Popieluszko il quale predicava solo la speranza per la libertà nelle sue messe di piazza, i primi fulcri della democrazia assetata di verità.

Popieluszko appare una figura molto forte per i suoi seguaci, potente come un martire e ostinato come un cavaliere (…) Il pathos che lo caratterizza gli attribuisce un valore mitologico che inevitabilmente lo avvicina al Cristo, eroe e uomo caritatevole e giusto, pugnalato alle spalle dal suo Pietro, “in ginocchio” sulla sua lunga via Crucis e flagellato dalle barbarie immorali e corporee mortali. (Angela Cinicolo, La passione di Popieluszko, in Movieplayer.it).

In un’Europa che invece oggi dimentica le sue radici, è quanto mai opportuno ricordare questo martire cristiano del nostro continente, la cui morte precedette di pochi anni il crollo del comunismo e del dominio sovietico sui paesi dell’Est.

DOMENICO BONVEGNA

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