di Gabriella Mecucci
Tratto da cronache di Liberal del 3 aprile 2009

La novità più importante nella sentenza dell’Alta Corte è quella di dichiarare incostituzionale il comma 2 dell’articolo 14: quello cioè che prevede «un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre embrioni». Quindi, si dovrebbe poter operare la fecondazione in tempi diversi, creando un numero superiore a tre di embrioni.

Spetterà al medico decidere. La legge insomma non viene bocciata, ma ne vengono tagliate alcune righe con risultati però preoccupanti. Che fine faranno gli eventuali embrioni in esubero? Non si sa, visto che la Consulta ha mantenuto il divieto alla crioconservazione (congelamento), alla soppressione ed eliminazione dopo l’impianto. E – cosa ancora più importante – ha lasciato intatta la parte della legge che vieta «ogni forma di selezione a scopo eugenetico».

Insomma, la Corte Costituzionale non ha prodotto alcuna svolta, ha solo contribuito ad aggrovigliare ulteriormente la matassa che dovrà ora essere dipanata o – come dice Roccella – dalle linee guida, o da un nuovo intervento del Parlamento. Ma la cosa più singolare è che il fronte laico mentre prorompeva in dichiarazione entusiastiche, era costretto a sostenere che la Consulta aveva fatto ciò che non era riuscito al referendum. Per la verità la Consulta ha fatto molto meno. Ma è significativo che l’operato dell’Alta Corte venga contrapposto al voto referendario. Sia chiaro: non c’è alcun vulnus di natura democratica se un organo costituzionale dice una cosa diversa dal Parlamento e dall’esito referendari. Non si tratta di gridare – come avrebbero fatto tanti superlaici – al sequestro del diritto. Ma – come si sarebbe detto un tempo – il problema è squisitamente politico. Si ha sempre più l’impressione infatti che alcune forze laiche e di sinistra (per la verità al loro interno piuttosto divise sugli argomenti etici) avendo perso il contatto con il paese e non essendo in grado di costruire il consenso popolare intorno alle loro proposte, tendano a legare la loro possibilità di vittoria all’intervento di una qualche magistratura. Lo hanno fatto in passato per tentare di rovesciare il risultato delle elezioni. Lo hanno ripetuto di recente – con un chiassoso appoggio a Peppino Englaro – quando solo grazie ad una sentenza della Cassazione hanno realizzato la loro scelta di staccare il sondino alla povera Eluana. E ora, sulla legge 40, c’è voluta la Consulta per dar loro una parzialissima ragione.

La tecnica è sempre la stessa: ottenuta questa piccola e non significativa soddisfazione, si comincia a strillare di aver vinto. Di aver posto un freno alla reazione oscurantista e medioevale, capeggiata dai vescovi. Per fortuna le cose non stanno così: in realtà la legge questa volta non è stata bocciata, ma semplicemente corretta anche se la decisione della Consulta non può non destare più di una preoccupazione. In verità, l’operazione più pericolosa che alcuni avventurieri cercano di portare avanti è quella che Rocco Buttiglione denunciava proprio ieri su questo giornale: e cioè di non riconoscere che i cattolici fanno parte a pieno titolo del patto costituzionale di cui furono fra gli artefici principali. Questa propensione non è solo dannosa, ma anche pericolosa. Per fortuna anche all’interno dello schieramento di centrosinistra ci sono donne e uomini di buon senso che si oppongono a questa insana strategia.