Tratto da Il Foglio del 23 dicembre 2009

Roma. Più sharia, meno democrazia. Alle storiche elezioni che ogni quinquennio elegge il direttivo dei Fratelli musulmani, la più grande e globale organizzazione islamica, ha vinto la corrente estremista e conservatrice.

Una svolta per il movimento-partito illegale da cinquant’anni, che fa eleggere i candidati come “indipendenti” e che ai mille problemi dell’Egitto risponde sempre così: “L’islam è la soluzione”. Sembra spezzarsi lo storico equilibrio fra i moderati e i falchi su cui si era retta finora la fratellanza. In Europa i Fratelli musulmani, che sono il movimento più diffuso nelle moschee italiane, lavorano già oggi con il governo inglese, olandese e francese sui temi dell’integrazione. La sezione palestinese è meglio nota come Hamas. Un anno fa in Giordania era stato già eletto l’ultraconservatore Hammam Saeed come nuovo leader dei Fratelli. E’ il primo giordano di origine palestinese che occupa una posizione di così alto profilo dalla fondazione del gruppo. Mahdi Mohammed Akef, guida generale della fratellanza islamica negli ultimi sei anni, si ritirerà a gennaio, aprendo la strada alla successione di un conservatore. “Akef è l’ultimo anziano del gruppo e che ha conosciuto Hassan al Banna, il fondatore”, dice Ibrahim Al Hodaiby, studioso dei Fratelli. Se da una parte nei suoi discorsi pubblici Akef aveva sempre condannato Israele e gli Stati Uniti (“Non riconosciamo Israele e speriamo che questo cancro scompaia”), allo stesso tempo si era messo alla guida di un esecutivo pragmatico e quietista, si era mostrato tollerante verso le diverse componenti del movimento e aveva alimentato l’emergere di una nuova generazione di giovani riformisti.

I sedici dirigenti della fratellanza sono eletti ogni cinque anni dalla “shura” di 72 membri. All’origine delle dimissioni di Akef c’è il suo sostegno ad Essam Al Eryan, portavoce del movimento da lui candidato. Non sono stati eletti il numero due del movimento Mohamed Habib, che era dato per favorito alla successione di Akef, e il riformatore Abdel Moneim Aboul Fotouh. Il nuovo padrone della fratellanza è l’ultraconservatore Mahmoud Ezzat, soprannominato dai suoi sostenitori “l’uomo di ferro” dell’organizzazione. La vittoria di un riformista avrebbe lanciato un chiaro segnale al mondo esterno e avrebbe mostrato che il movimento è interessato a un discorso “moderato”. A sostituire Akef potrebbero essere Ezzat, Mohammed Morsi o il veterinario Mohammed Badie. “Questo risultato riflette una tendenza conservatrice e fondamentalista”, dice Diaa Rashwan, esperto del Centro Studi Strategici Al Ahram. “Un gruppo concentrato sulla diffusione dell’ideologia, sull’educazione e l’organizzazione interna. L’azione politica e pubblica sono per loro solo al terzo o al quarto posto delle priorità”.

Nel maggio di due anni fa, il Foglio per primo aveva intercettato uno stravolgimento nei Fratelli. Allora la discussione fu avviata da due studiosi americani, Robert Leiken e Steven Brooke, che sulla rivista Foreign Affairs pubblicarono “The moderate muslim brotherhood”. I due analisti chiesero al Dipartimento di stato di avviare il dialogo con la Fratellanza sulla base della loro “evoluzione non violenta”. I conservatori appena eletti farebbero tutti parte della Al Tanzim al Khas, una formazione paramilitare dei Fratelli riapparsa nel 1987, con il ritorno dall’estero di ex dirigenti della confraternita, come l’ex guida suprema Mustafa Mashhur e il segretario attuale dell’organizzazione Ezzat.

Nella piattaforma politica dei duri della fratellanza si contempla maggiore discriminazione contro i cristiani e le donne, ma soprattutto un modello “iraniano” che assegni maggiore potere ai religiosi. Il perdente Erian aveva lasciato intendere il contrario, apertura a donne e non musulmani, oltre che a Israele come realtà nella regione. Per decenni il movimento aveva sempre vissuto sulla linea di confine della legalità, scivolando in passato nella clandestinità e nell’uso del terrorismo. Nel 1948 un membro dei Fratelli uccise il primo ministro Nuqrasi del governo monarchico; il governo reagì facendo uccidere al Banna. Il rapporto fra Fratelli musulmani e stato egiziano è andato avanti tra aperture e repressione. Nel 1971, quando andò al potere, Sadat liberò migliaia di Fratelli avviando una stagione di dialogo, finita poco prima che la Jamaa Islamiya lo assassinasse.

Poco spazio per il dialogo
Secondo Khalil al Anani, analista egiziano presso il Saban Center della Brookings Institution, la vittoria dei falchi è da interpretare come una conferma del fatto che “il mondo arabo è entrato in una nuova fase di pensiero neoconservatore. Uno di questi segnali è l’ascesa sempre più marcata, in forma e contenuto, del movimento salafita nel mondo arabo, che sostiene che la rinascita dell’islam può avvenire soltanto eliminando dalla società musulmana tutti quegli elementi che hanno alterato la purezza del messaggio religioso originario, quello dell’epoca degli ‘al-salaf al-salih’, ovvero dei ‘pii antenati’, le prime generazioni dell’islam. I salafiti si rifanno esclusivamente alle prime fonti dell’islam: il Corano e la Sunna”.

Non sembra restare quindi molto spazio a quella strategia del dialogo avviata da Barack Obama con i Fratelli musulmani, quando all’indomani dell’ambizioso viaggio al Cairo il presidente americano aveva incontrato a Washington importanti esponenti della fratellanza. A Washington numerosi analisti, fra cui Fareed Zakaria di Newsweek, suggerivano da tempo a Obama di cancellare la messa al bando non scritta nei confronti della storica organizzazione islamista. La vittoria dei Fratelli che guardano ammirati a Teheran complica un po’ le cose.