L’«ora et labora» di san Benedetto entra nelle case: dai pasti ai lavori così genitori e figli si dividono i compiti


DI ANTONELLA MARIANI

Ora et labora. Prega e lavora. La Regola benedettina esce dai monasteri e, dopo aver «sfondato» tra i  manager, ora entra nelle case. Perché se la famiglia si sfascia – come sta accadendo in tutto l’Occidente –, occorre correre ai ripari, anche rivisitando gli insegnamenti di san Benedetto, che da così tanti secoli presiedono egregiamente alla vita nei chiostri. È l’esperimento che sta portando avanti un nutrito gruppo di famiglie: una domenica al mese si radunano all’Abbazia di Santa Maria di Farfa, nel rietino, e tra un salmo cantato e un laboratorio di  immagini sacre imparano che l’ora et labora

può rifondare dal profondo le relazioni in casa. Ad animare il gruppo di «famiglie neo­benedettine » è un vulcanico sacerdote, don Massimo Lapponi, che sull’argomento nel 2009 ha scritto un libro già tradotto in inglese e francese ( San Benedetto e la vita familiare, Libreria editrice fiorentina, pag. 128, euro 7), anima un sito web (www.abbaziadifarfa.it) e gira per l’Italia a far conoscere la sua proposta per «un nuovo umanesimo familiare». Che, per la verità, è piuttosto impegnativa: sulla scia di san Benedetto e della sua Regola, le famiglie devono riscoprire la centralità della casa come fulcro e «culla» degli affetti domestici, a scapito di altre attività esterne, spesso dispersive e senza reale rilevanza per una sana vita familiare. Quindi accuratezza nella preparazione dei pasti, cura delle suppellettili, attività manuali eseguite con gioia e dedizione. Il tutto, spiega don Lapponi, «perché lavorare così in casa, per la propria casa, per e con i propri cari, rivaluta l’impegno speso nell’ambiente domestico e rafforza i vincoli affettivi tra i congiunti». Ai figli si richiede ordine e pulizia, cura delle proprie cose, sveglie mattiniere e abbandono – o perlomeno limitazione – dei divertimenti sfrenati e delle uscite notturne. E poi collaborazione con i genitori nei lavori domestici, per imparare, esercitandole, le virtù della carità, della laboriosità, della pazienza e della cura. Anche nel dopocena si deve privilegiare – spiega don Lapponi negli incontri riservati alla famiglie – ciò che crea un clima disteso e raccolto: quindi poca (meglio niente!) televisione, e attività alternative come la lettura di qualche buon libro, il dialogo tra genitori e figli, i canti e le preghiere comunitarie. Qui qualcuno storcerà il naso: come si fa a imporre ai figli di spegnere il ‘Grande Fratello’ e passare le serate a dipingere immagini sacre o cantare inni? «Be’, la Regola è essenzialmente una rinuncia al proprio egoismo a favore di un bene comune più grande», teorizza Flavio Rogato, che con la moglie Francesca e i tre bambini è un «seguace» della prima ora. «Benedetto scrisse la Regola per una comunità. E la famiglia è un modello, anzi è il modello per eccellenza di comunità. Sarebbe strano il contrario, cioè che la Regola fosse adatta solo ai monaci.
Santificarsi nella quotidianità con l’aiuto e l’ispirazione della Regola è parte della vocazione familiare». Sì, ma nel concreto, i figli come vengono coinvolti? «I nostri bambini hanno 7 e 6 anni e 8 mesi. I più grandi sono coinvolti nelle preghiere giornaliere, nell’esercizio della manualità attraverso il disegno, modellando oggetti di ceramica, responsabilizzandoli nei servizi domestici quotidiani.
Così assumono una forma mentis che sarà l’unica roccia su cui poggiare la loro vita adulta». La Regola, nella sua declinazione familiare, mette al centro la casa: non c’è il rischio di ripiegarsi su sé stessi? «No, perché tutto nasce dalla necessità di testimoniare la Buona Novella – risponde Flavio Rogato –: guai a noi a rimanere chiusi, a non dare frutti, a non rivolgersi al prossimo.
Significherebbe fallire. La famiglia, quindi, nel suo seno partorisce una spiritualità che deve essere poi testimoniata all’esterno, nel mondo, nella storia». Testimoniare è forse la parola chiave di tutto l’esperimento di don Lapponi: perché se oggi la vita di famiglia è improntata all’anarchia, con genitori che non si fanno rispettare e ragazzi senza orari né disciplina, bisogna mettere un argine alla disgregazione ripristinando regole chiare e condivise. Anzi, meglio ancora: la Regola. «Crediamo che la Regola di san Benedetto sia facilmente adattabile, almeno in parte alla vita familiare – interviene Adolfo ‘Rudy’ Cantafio, anche lui habituè degli incontri all’Abbazia di Farfa con la moglie Monica e il figlio Stefano, 6 anni – poiché riesce a racchiudere in precise e semplici esortazioni una disciplina di vita comunitaria basata sui valori cristiani».
La Regola può essere, insomma, un buon modello di vita familiare, continua Adolfo Cantafio, ad esempio «nel ridare il giusto peso al dialogo soprattutto nei momenti dei pasti, nel ridimensionare il ruolo della televisione, nel favorire l’ascolto della musica classica, lirica o anche di parte della musica leggera (quando però trasmette messaggi positivi), nel dare il giusto spazio alla preghiera, nel riscoprire la bellezza di attività creative comuni, e poi nel privilegiare la casa quale vero nido rispetto all’esterno dove già si trascorre buona parte della giornata». Monica, Rudy e il piccolo Stefano durante uno degli incontri mensili all’Abbazia di Farfa hanno iniziato a dipingere volti sacri su tavolette di legno: un primo esperimento di iconografia, che è piaciuto a tutti. In casa, poi, è proprio Stefano a catalizzare gli sforzi di questi genitori «neobenedettini»: niente televisione durante i pasti, segno della Croce a tavola, ma «con somma calma – mette la mani avanti Rudy – perché come diceva san Bruno, se l’arco è troppo teso si spezza e ciò vale sia per noi sia a maggior ragione per il bimbo, che potrebbe sentire certe regole come imposizioni e quindi respingerle o disapprovarle».
Ma la proposta di don Massimo Lapponi non è un po’ troppo impegnativa per le famiglie di oggi? «Be’, indubbiamente sì. Ma bisogna pur provare a darsi una regola di vita, visto che le tentazioni di cedere al materialismo ed al relativismo sono forti e costanti. È una regola per lo spirito così come ce ne sono altre per il corpo. Chi va in palestra per migliorare il proprio aspetto fisico (lo facciamo anche noi) rispetta delle regole e si sottopone a degli sforzi, ma noi abbiano anche un’anima da nutrire e rinforzare. Quantomeno ci proviamo… ».

© Copyright Avvenire 22 aprile 2010