La crisi della famiglia corrode la solidarietà nel mondo del lavoro

di Antonio Gaspari

ROMA, domenica, 19 aprile 2009 (ZENIT.org).- Organizzato dal Forum delle persone e associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro, si è svolto a Roma il 15 aprile un convegno sul tema “Lavoro e famiglia”.

Il Forum è animato dal Movimento Cristiani Lavoratori, dalla Compagnia delle Opere, dalla Cisl, dalla Confartigianato e dalla Confcooperative. Al convegno hanno inviato un messaggio anche la Coldiretti e le Acli.

Di fronte ad oltre 800 partecipanti monsignor Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha denunciato le politiche che riducono la famiglia tradizionale, perchè riducono le capacità relazionali dell’umano penalizzando il lavoro e la società civile.

Il Segretario del Pontificio Consiglio ha spiegato che “la famiglia è soprattutto relazione”, il luogo della primordiale socializzazione della persona e che in famiglia “l’uomo apprende virtù e atteggiamenti che poi faranno la differenza anche nella società e sul posto di lavoro. Anche il lavoro è ormai soprattutto relazione”.

Famiglia e lavoro sembrerebbero quindi doversi incontrare proprio sulla loro capacità di creare abilità relazionali.

In questo contesto monsignor Crepaldi ha osservato come sia in atto un fenomeno che “indebolisce le capacità relazionali della famiglia e che si chiama rarefazione familiare”.

I dati sulla famiglia di quasi tutti i paesi europei mettono in evidenza infatti che in famiglia le relazioni si stanno assottigliando a causa della diminuzione dei matrimoni e l’aumento delle convivenze, per i divorzi e le separazioni, per l’inverno demografico in atto, per il numero degli aborti e, da ultimo, per una certa prassi eugenetica che sta montando all’orizzonte.

Aumentano le famiglie monoparentali e i figli unici. Aumentano i legami intrafamiliari ad intermittenza. Le esperienze di relazione, così, diminuiscono non solo in quantità ma anche nella gamma della loro qualità: sono sempre più limitate, di corto respiro, di breve durata e standardizzate.

Secondo il segretario del Dicastero vaticano “come la famiglia viene sempre più individualizzata, così anche il lavoro viene sempre più individualizzato” e il fenomeno della rarefazione familiare va di pari passo con la “corrosione della solidarietà nel mondo del lavoro”.

Monsignor Crepaldi ha poi criticato i nuovi modelli di famiglia, perché non è vero che “la flessibilità familiare sarebbe il congruo corrispondente della flessibilità lavorativa”, al contrario la moderna divisione del lavoro richiede “maggiore forza interiore, più sviluppate capacità di stabilire continuità di relazioni e stili di vita, una maggiore coerenza di visione” e quindi “più famiglia e non meno famiglia”.

Per questo motivo c’è bisogno di nuove politiche che valorizzino e incentivino la famiglia tradizionale.

Successivamente ha ricordato che la globalizzazione favorisce le concentrazioni ma assegna anche nuovi compiti al piccolo e al locale e che l’attuale crisi della finanza creativa ci rimette con i piedi per terra e ci richiama alla concretezza dei rapporti produttivi.

Monsignor Crepaldi ha quindi sottolineato che “se il lavoro passa sempre più dalla società civile, esso passa sempre di più dalla famiglia, che della società civile è la prima cellula”.

E’ infatti evidente che la famiglia svolge compiti sociali di fondamentale importanza, “innerva la rete del risparmio produttivo, dirotta energie verso la cura alla persona, fa da ammortizzatore sociale primario in tempi di crisi, anima il volontariato, stabilisce rapporti con la piccola industria e con il credito su base locale, sviluppa una educazione alla socialità di grande importanza per il lavoro”.

Il Segretario del Pontificio Consiglio ha infine invocato politiche ‘family friendly’, quali la legislazione sui tempi e sulle condizioni di lavoro, la legislazione sui congedi e sulla sospensione del lavoro, misure per favorire i compiti di cura della famiglia, sostegni da parte di enti pubblici, imprese, terzo settore e reti informali.

Tutto questo, ha concluso, al fine di “superare la logica individualistica da una parte e quella della programmazione rigida degli interventi da parte del solo Stato dall’altra” perchè “sappiamo che si tratta di un corto circuito che ha già provocato molti danni in passato”.