di Carlo Bellieni
Tratto da La Bussola Quotidiana il 18 gennaio 2011

Recentemente è stato diffuso da Repubblica un sondaggio secondo cui i giovani invece di prevenire si affidano sempre di più alla pillola del giorno dopo, comunemente definita “contraccezione di emergenza”, che negli ultimi anni ha visto un vero e proprio boom. Fino ad arrivare a 370mila confezioni. Acquistate e usate, per il 55% dei casi da minorenni. La causa: ovviamente la colpa è data a senso unico alla mancanza di una “cultura della contraccezione”, cioè alla mancata diffusione della pillola anticoncezionale.

Il discorso invece, è un po’ diverso, almeno stando alle statistiche. L’Adnkronos nell’aprile del 2008 mostrava, citando una ricerca del Centro Studi FeM (Fertilità e Maternità) che «La nazione Scandinava si contraddistingue per un’elevata diffusione della contraccezione (72% delle donne in età fertile), più divorzi (2,4 ogni mille abitanti), più aborti (20 ogni mille donne). L’Italia è agli antipodi, con il suo 39% di utilizzo di metodi contraccettivi, un ricorso all’aborto che interessa 9,5 donne su mille, e un tasso di divorzi pari allo 0,7%».

Allora il teorema succitato crolla sotto i numeri: in Scandinavia c’è il record della contraccezione, ma anche quello dell’aborto: evidentemente tanta contraccezione non lo ha fatto sparire, anzi.

Quanto dovrebbero riflettere i nostri Soloni, di fronte a questi dati. Già, perché, come sottolinea il Papa, l’educazione sessuale, quella riduttiva del sesso a un insieme di sfoghi ormonali, porta danni e non pochi: è l’educazione sessuale limitata alla medicalizzazione tra preservativi e pillole, come se le angosce o gli affetti non esistessero fuori del raggio di una farmacia, quasi che il sesso fosse una malattia. A noi piace che di sesso si parli, ma non come un mercato, una malattia o l’angoscia che “non sia mai arrivino poi dei figli!”.

Il sesso non è un “metabolismo”, ma qualcosa di più complesso, che non si può esaurire in istruzioni per l’uso. Se si danno solo manuali o se si fanno lezioni su come usare un preservativo, si riduce il sesso ai suoi meccanismi, che è come spiegare cosa è un orologio dando in mano a qualcuno una serie di ingranaggi e viti.

I ragazzi vanno incontro a gravidanza adolescenziale non perché non sanno cosa siano pillola o preservativo, ma perché non sanno cosa è la responsabilità e l’amore.

“Responsabilità” è oggi una parola da marziani: quello che si fa si insegna a farlo esclusivamente per convenienza o istinto, provate a dire il contrario. Alla parola amore non ci crede più nessuno: hanno visto tutti le proprie famiglie scoppiare, loro essere sballottati da un genitore all’altro, e pensate che i ragazzi d’oggi pensano che esista qualcosa che possa “durare per sempre” o qualcuno per cui “dare la vita”?

D’altronde, come scrive Lucetta Scaraffia, “la rivoluzione sessuale ha lasciato in gran parte dell’opinione pubblica che tutto quanto va nella direzione della libertà e promiscuità sessuale deve essere esaltato perché porterebbe alla felicità” (Il Riformista, 13 gennaio 2011). Invece l’educazione sessuale vera va al fondo, non alla superficie; è entrare nelle paure dell’adolescente e aiutarlo a vincerle, prima che lui/lei scappino nei meandri della droga o vedano il sesso come semplice e talora noioso passatempo, se non come commercio di sé, come ormai avviene tra certi adolescenti che non hanno pudore nel vendere su internet le proprio foto senza veli.

Non è la medicalizzazione del sesso che fa diventare più responsabili, ma riempire l’adolescenza e anche la dimensione sessuale, di un significato e di una forza ormai persi.