di Raffaella Frullone
Tratto da La Bussola Quotidiana il 17 maggio 2011

Immaginate di essere una donna di 28 anni, di desiderare tanto, con vostro marito, l’arrivo di un figlio, e immaginate che questo figlio non arrivi. Immaginate le attese, le speranze, le preghiere, i timori lunghi quattro lunghi anni e immaginate, finalmente, di rimanere incinta.

Immaginate che la gravidanza proceda in modo tranquillo, ma che ad un certo punto i medici vi dicano che è necessario un intervento chirurgico, un cerchiaggio al collo dell’utero, una piccola operazione che impedisca al bambino di nascere prima del termine. Immaginate il timore che qualcosa vada storto, e le rassicurazioni dei dottori: “Signora, non ha motivo di preoccuparsi”.

Immaginate poi di trovarvi in una stanza di ospedale e attendere l’operazione, immaginate le pareti bianche e spoglie, il via vai delle infermiere e dei medici, immaginate di ingannare l’attesa fantasticando sul colore degli occhi di vostro figlio e delle cose che farete insieme, immaginate di venire interrotti da una giovane infermiera (“Signora deve prendere questa pastiglia”), immaginate di ingoiare la pastiglia senza far domande, fidandovi di chi ve la porge poiché indossa un camice bianco.

E immaginate che quella pastiglia vi provochi un aborto.

Non è la trama di un film, nemmeno l’incubo di una madre in ansia, ma è un episodio vero, avvenuto a Lille, nel nord della Francia, precisamente nel Gruppo ospedaliero dell’Istituto cattolico della città, clinica intitolata a San Vincenzo de’ Paoli, un ospedale, come si legge nella presentazione in home page sul sito del nosocomio. “che sviluppa contemporaneamente un polo pediatrico ed un polo di altissimo livello dedicato alla mamma”.

La scorsa settimana Zara, 28 anni, viene ricoverata per quella che le viene presentata come un’ operazione priva di rischi. Quando dunque la giovane ostetrica le porge il farmaco, lo prende senza esitare: “L’infermiera mi ha detto che era per dilatare il collo dell’utero, pensavo fosse una procedura per facilitare il cerchiaggio, e l’ho presa”. Dopo soli 20 minuti iniziano delle forti contrazioni. “L’ho segnalato ai medici che mi hanno detto che era normale” prosegue la donna ancora in forte stato di shock. Ignorava che quello che aveva appena preso era una pillola di Misoprostol, utilizzate per l’aborto chimico e destinate ad una madre ricoverata nella stanza accanto che voleva abortire.

Ad accorgersi del tragico scambio di persona sono i medici che, trasportando la donna in sala operatoria, si accorgono degli effetti delle pastiglie, ma è troppo tardi: “Non abbiamo potuto fare niente – rimpiange Houze de l’Aulnoit, capo del servizio di ginecologia e ostetricia del San Vincenzo – abbiamo solo potuto procedere con l’aborto”. A commettere l’errore sarebbe stata una tirocinante, colpevole di non aver verificato l’identità della paziente prima di somministrarle il farmaco.

Accanto all’amarezza, allo sconcerto e al profondo dolore per questa madre e questo figlio, rimangono una serie di domande in sospeso. Come è possibile che una donna incinta e una che decide di abortire vengano ricoverate a pochi metri di distanza? Come è possibile che si affidi il compito di somministrare il farmaco che uccide il feto, ad una tirocinante? Come è possibile che una donna che sta per abortire non abbia parlato con i medici e gli infermieri che la seguiranno in questa straziante procedura di morte e che essi possano ignorare totalmente che volto abbia? Quanto conta il rapporto medico paziente in un ospedale che si dichiara di altissimo livello proprio per i reparti di ostetricia e ginecologia? Ma soprattutto, come è possibile che in un istituto cattolico si pratichi l’aborto?

Forse le risposte non arriveranno, più probabilmente ci chiederanno anzi di non fare domande, e ingoiare la pillola, per amara che sia.