di Stefano Andrini
Tratto da Avvenire del 17 settembre 2009

La Regione Emilia Romagna si serve della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza come foglia di fico per coprire, in mancanza per il momento di indicazioni nazionali, la sua fuga in avanti sull’utilizzo della Ru486.

Dopo la bufera seguita a una recente inchiesta giornalistica («Prendi la pillola e vai pure ad abortire a casa» la risposta ricorrente dei servizi) l’assessore regionale alle Politiche per la salute, Giovanni Bissoni, è corso ai ripari. E illustrando le linee guida ha ribadito che la somministrazione della Ru486 in Emilia Romagna (dove le interruzioni di gravidanza con il metodo farmacologico rappresentano circa il 5 per cento del totale con una efficacia del 95 per cento dei casi) avviene nel rigoroso rispetto della legge nazionale che disciplina le Igv. «Non c’è nessuna violazione della legge, nessun abbandono della donna — ha sottolineato l’assessore –. Tutti i clinici concordano che il terzo giorno successivo alla somministrazione alla donna del secondo farmaco, sia bene rispettare un periodo di osservazione di almeno tre ore».

Le linee guida regionali stabiliscono obbligatoriamente la somministrazione della Ru486 entro la 7° settimana di gravidanza e in regime di ricovero ospedaliero, nella forma del day hospital, così come per altro avviene per l’Ivg chirurgica che è praticata in day surgery. La donna deve firmare il consenso informato dopo la lettura delle note informative che descrivono analiticamente quali sono le condizioni cliniche e di natura psico- sociale (comprensione della lingua italiana, possesso di un telefono, disponibilità ai controlli) che permettono l’assunzione della Ru486, il percorso assistenziale in ospedale, le indicazioni per l’assistenza al ritorno a casa in caso di effetti collaterali (vomito, dolori addominali, mal di testa, diarrea), la tipologia dei farmaci utilizzati.

Un percorso che non convince il dottor Patrizio Calderoni, dirigente di primo livello a Medicina dell’età prenatale del Policlinico Sant’Orsola Malpighi di Bologna. «Preoccupa – ricorda in premessa – lo spreco di energie per una tecnica che nel 2007 e nel 2008 ha implicato non più del 5% delle procedure di interruzione della gravidanza; il risparmio rispetto alla procedura chirurgica è effettivo? Di questo non si parla nel documento della Regione».

Calderoni è perplesso anche nel merito. «Se è vero che basta una osservazione di tre ore in ospedale dopo la somministrazione della prostaglandina al terzo giorno, perché allora la donna deve farsi controllare dopo 14 giorni?».

Dubbi anche sulla lettura delle note informative preliminare all’assunzione della pillola. «Sotto questo profilo – ricorda il ginecologo – pare che tutto sia in funzione della salute e della consapevolezza della donna, mentre in realtà serve esclusivamente, come tutti i consensi informati, a difendere il medico da qualsiasi azione di rivalsa da parte di donne che abbiano avuto complicazioni».

In sede di presentazione delle linee l’assessore ha affermato che un gruppo sta lavorando sul dolore, sull’osservazione in ospedale e fuori, sul miglioramento della qualità dell’assistenza. «Mi sembra – osserva Calderoni – che questa posizione non tenga conto della realtà. È ormai ampiamente noto che la somministrazione della Ru486 è una procedura dolorosa e provoca effetti collaterali molto fastidiosi. Allora perché non prevedere già nei protocolli l’utilizzazione di farmaci antidolorifici? Mi sembra una grande contraddizione: da una parte si pone giustamente una grande attenzione nei confronti del controllo del dolore nel travaglio di parto; dall’altra non si prende in considerazione il dolore che si prova durante un travaglio abortivo, per di più a casa propria». L’ultimo ‘ grande silenzio’ della Regione, denuncia Calderoni riguarda i dati («preoccupanti e sottostimati») sui decessi nel mondo in seguito all’utilizzo di questa procedura.