Quello di Pietro Crisafulli è un grido di dolore. Un misto di rabbia e rassegnazione nel constatare l’accanimento del destino e, dice lui, l’abbandono delle istituzioni. I suoi fratelli, Salvatore e Marcello, sono entrambi gravissimi.

La denuncia- “La situazione di Salvatore la conoscete tutti, ne hanno scritto tutti i giornali. Adesso c’è stato questo gravissimo incidente di Marcello, a Natale…” La storia ve la ricorderete. Salvatore Crisafulli è l’uomo di Catania che nel 2003 a 38 anni, padre di 4 figli, rimase vittima di un incidente con la sua Vespa, sulla quale viaggiava col figlioletto allora tredicenne. Dopo mesi di cure, il responso dei medici: stato vegetativo post traumatico. Sono gli anni del dibattito culturale ed etico sull’eutanasia, gli anni di Welby, Terry Schiavo ed Eluana Englaro. I Crisafulli però Salvatore non lo lasciano andare. E succede che Salvatore si risveglia.

È il 2005: lo chiamano il “Terri Schiavo” italiano, lui come Terri vuole vivere e i suoi fratelli, Pietro e Marcello, sono con lui in questa decisione. Ci sono le sofferenze, certo, i dolori, le piaghe da decubito, e poi la difficoltà di parola, i muscoli che non rispondono. Ma Salvatore impara un modo tutto suo per comunicare, i fratelli e la sua famiglia lo capiscono. Poco importano la disapprovazione della stampa, di molta dell’opinione pubblica che malsopporta quel corpo straziato esibito. Quasi che il dolore fosse cosa di cui non parlare. Salvatore, invece, lo fa. Muto ed inchiodato ad un letto di ospedale, con sondini un po’ ovunque, ribadisce la sua voglia di vivere e di esserci. E, infatti, così è.

L’incidente di Marcello- “Ma adesso il mondo ci è crollato di nuovo addosso”, racconta Pietro raggiunto telefonicamente da Libero.

Prima Salvatore, adesso l’incidente gravissimo di Marcello. Lo Stato ci ha lasciato da soli. E io non ce la faccio più

E’ il 24 dicembre 2009.
“Mio fratello Marcello, che il pomeriggio si occupava di Salvatore – lo lavava, lo vestiva, gli dava da mangiare – ha subito un incidente gravissimo. E’ stato trasferito da un ospedale all’altro, rischia di rimanere paralizzato, ma qui non lo operano”. Domando di spiegare meglio e Pietro incalza. La voce è ferma, non piange, non usa parolacce. Ma è la voce bassa e calma di chi una decisione l’ha presa. “Marcello si occupava tanto di Salvatore. Perché poi sa, qui non c’è nessuno che ci dia una mano. E noi siamo tutti sposati, abbiamo figli. Io stesso ho quattro ragazzi giovani, il più piccolo ha dieci anni. Però non posso lasciare solo i miei fratelli”. Spiega che Marcello, che ha diverse fratture alle vertebre, ma è cosciente, prima viene ricoverato al “Garibaldi centro” di Catania. Lì, dopo le prime cure, i medici fanno sapere che l’uomo ha dei grossi problemi ai polmoni, che deve essere ricoverato in un ospedale diverso, curare quel problema e di non preoccuparsi che poi l’avrebbero riaccolto nella loro struttura. “Ma non è stato così. Ho sentito diversi ospedali a Milano e Pavia. Tutti dicono che Marcello deve essere operato d’urgenza, ma qui no. Tutto tace”. Pietro è un fiume in piena, racconta che le ha provate tutte. “Il sindaco è irrintracciabile, ci dicono che mancano i soldi. Ma io chiedo un intervento della Regione. Qui è vero che c’è la malasanità”.

Non si ferma e butta fuori tutto. E allora ecco le giornate che trascorrono tra le pappe da preparare per far mangiare Salvatore e le corse da un ospedale all’altro per Marcello. Pietro non risparmia i dettagli dei corpi martoriati dei fratelli, delle ferite, “della bocca aperta di Salvatore che aspetta da mangiare, e se non vado io chi ci va?”.

“Porto Salvatore a morire in Belgio”- Così, verso la fine dell’intervista, Pietro quasi sussurra la sua decisione: “Sa, tante volte ho pensato che non si potesse andare avanti così. Però in fondo speravo che venisse qualcuno a darci una mano.

Porterò Salvatore a morire in Belgio. Faremo un video di denuncia e poi lo lasceremo andare.

Adesso no. Anche Salvatore, che ha sempre voluto vivere, vuole morire. Ha saputo dell’incidente di Marcello, sa che suo fratello soffre quanto lui e non ne può più”. Sospiro. “Ho contattato una struttura in Belgio. Settimana prossima portiamo Salvatore là. Faremo un video di denuncia, poi lo lasceremo morire”. Ricordiamo che fu lui a criticare la decisione di Beppino Englaro di lasciar morire Eluana. Silenzio. Domandiamo allora se durante le giornate qualcuno dia loro una mano. “ Ci sono gli amici, certo. Ma anche loro hanno le loro famiglie, giustamente. Fino al 31 dicembre veniva qui una badante mandata dal comune. Tre ore al giorno, dal lunedì al venerdì. Un aiuto piccolo, ma c’era. Ora nemmeno quello”. Spiega che Salvatore ha bisogno di gente specializzata. Gente  che sappia preparagli le pappe, lavarlo, capire cosa vuole, saper distinguere un cenno da uno spasmo. E tutto questo però “semplicemente non c’è”. Così, la decisione di partire, andare via, far finire tutto in un paese straniero. “In Belgio faremo un video di denuncia, poi lo lascio andare per sempre”. Riaggancia, Pietro. Richiama poco dopo. “Volevo dirle che ci siamo accorti che la gente comune ci vuole bene. Ci sostiene, hanno anche creato una raccolta fondi. Lo Stato manca, ma la solidarietà esiste. Lo scriva, questo”.

Tratto  da:
http://www.libero-news.it/news/325536/Pietro_Crisafulli___Porto_Salvatore_a_morire_in_Belgio_.html