Uno che conosceva bene i dolori e le fatiche della vita, e forse proprio per questo sapeva dare il giusto valore alle gioie e agli affetti. 

di Nerella Buggio
Tratto dal sito Cultura Cattolica.it

Piermario Morosini, abbiamo conosciuto la sua vita, ora che lui l’ha perduta.

Nato nel 1986, non aveva ancora compiuto ventisei anni, giocava in serie B nel Livorno, ieri durante la partita Pescara-Livorno, al 31° del primo tempo, il giocatore della squadra toscana ha avuto un arresto cardiaco, il suo cuore si è fermato e non ha più ripreso a battere.

Il campionato è stato sospeso, qualcuno s’è messo a discutere sul web se fosse giusto o sbagliato non giocare. Altri si sono messi a cercare “il colpevole”, l’ebete che ha parcheggiato l’auto davanti all’entrata ambulanze rallentando i soccorsi, quello che non ha pensato di dotare gli stadi di un defibrillatore, il sistema che obbliga gli atleti a sottoporsi a ritmi di gioco che per alcuni potrebbero essere fatali.

Forse, l’autopsia ci dirà cos’è accaduto, o forse no, perché gli uomini non hanno la risposta a tutte le domande.

L’importante è che le polemiche, la ricerca di un colpevole, non siano una scusa per distrarre il pensiero, cercare un altro argomento che ci tenga occupata la mente.

E’ morto un ragazzo.

Uno che conosceva bene i dolori e le fatiche della vita, e forse proprio per questo sapeva dare il giusto valore alle gioie e agli affetti. uno che amava tornare sui campi dell’oratorio di Monterosso dove era cresciuto.

Non era il solito calciatore viziato, ricco e capriccioso, la vita lo aveva messo alla prova e lui cresciuto in fretta, la vita aveva cercato di prenderla a calci, di conquistarsi un posto facendo al meglio, il lavoro che più gli piaceva.

La mamma Camilla era morta quando lui aveva quattordici anni, un paio d’anni dopo, il padre era morto d’infarto, poi era toccato al fratello maggiore disabile, morto suicida, rimanevano soli lui e una sorella maggiore anch’essa malata e ricoverata in un istituto.

Ce n’era abbastanza da affossare la voglia di reagire di chiunque, ma lui no, chi lo conosceva racconta un ragazzo di poche parole, con l’animo generoso, determinato a raggiungere quel successo professionale che avrebbe reso orgogliosi i suoi genitori.

Amava la sua Anna, le cose belle che la vita regala a chi le sa cogliere.

In TV, FB, Twitter rimbalzano messaggi, una marea di dolore e anche, diciamolo, di banalità, davanti a un microfono, o a una tastiera tutti ci sentiamo protagonisti per venti secondi e diciamo qualsiasi cosa in quel momento transiti nella mente.

Frasi che spesso svelano che non sappiamo dare un senso al vivere e quindi diventa difficile anche dare un senso al morire.

Perché la morte di una persona giovane, sembra portare con sé un’ingiustizia, per noi che viviamo come se avessimo la certezza che ci sarà sempre un altro domani.

Nel 2005 in un’intervista al “Guerin Sportivo” Morosini parlando dei lutti che avevano colpito la sua famiglia aveva dichiarato: “Spesso mi sono chiesto perché sia capitato tutto a me, ma non riesco mai a trovare una risposta e questo mi fa ancora più male. Però la vita va avanti. ”

Lui aveva avuto l’onestà di riconoscere che ci sono domande a cui magari non troviamo risposta ma è inevitabile porsi.

Molti invece alzano il volume della vita per non sentire quelle domande, che prima o poi, quando meno te lo aspetti si ripropongono prepotenti.

Perché vivere se dobbiamo morire? Perché vivere se la morte è la fine di ogni cosa? Quale roulette russa decide il destino di chi muore per primo? Oppure abbiamo un compito, una strada segnata su questa terra, prima di nascere ad una vita nuova?

O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, tu non sei più l’ultima parola per gli uomini, “Il solo e vero peccato è rimanere insensibili alla resurrezione” diceva Isacco il Siro, padre della chiesa antica. Proprio per questo nel giorno di Pasqua abbiamo detto a tutti che c’è per gli uomini una speranza, una certezza di resurrezione, altrimenti la vita sarebbe vana.

La certezza della resurrezione non toglie il dolore, non elimina il vuoto, la mancanza di carezze e di sorrisi, ma rende certi che la morte è un arrivederci.