La sharia sbarca in occidente. Quello che per noi è un omicidio, per un islamista è l’esecuzione di una sentenza legale. Da Asma bint Marwan ai vignettisti danesi, passando per Salman Rushdie
Andrea Sartori (Insegnante)

“Non condivido quel che dici, ma difenderò sino alla morte il tuo diritto a dirlo”. Così si esprimeva Voltaire, sintetizzando quella che è l’eredità più positiva dell’Illuminismo. Ma in tempi di islamicamente corretto questo non vale più. Perché per l’islam la sharia vale anche al di là del Dar al-islam. Ne sa qualcosa Sir Salman Rushdie, e ora anche Kurt Westergaard, autore delle celebri vignette su Maometto.

Westergaard, l’autore delle celebri vignette pubblicate nel 2005 sul quotidiano danese Jyllands-Posten, si trovava in casa con la nipotina di cinque anni, quando si è visto assalire da un musulmano armato di accetta che si era intrufolato dentro casa sua. Il disegnatore ha fatto in tempo a riparare nella Panic Room (una stanza blindata, molto di moda negli Stati Uniti e nei Paesi nordici) e da lì chiamare la polizia. Westergaard è stato fortunato. Ma dobbiamo renderci conto di una cosa: l’assalitore non era un semplice fanatico. Era un uomo che stava eseguendo una sentenza legale. Perché tale è considerata dall’islam l’uccisione di un uomo che offende il Profeta: l’esecuzione di una sentenza legale. Che vale in tutto il mondo, non conosce confini né limiti nazionali. Tutto questo doveva essere chiaro dal lontano 14 febbraio 1989, quando l’ayatollah Khomeini emise la celeberrima fatwa sulla testa di Salman Rushdie. Il testo recitava: “L’autore dei Versi satanici, un testo scritto, edito e pubblicato contro l’islam, contro il Profeta dell’islam e contro il Corano, è, assieme agli editori e ai distributori consapevoli di tali contenuti, condannato alla pena capitale. Invito i valenti musulmani, ovunque si trovino nel mondo, a eseguire questa sentenza senza indugio, affinché d’ora in poi nessuno osi più insultare la santità dei musulmani”. Questa è un’autentica sentenza di morte. Ed è stata emessa non dal capo di un’organizzazione criminale, ma da un uomo che è stato riconosciuto come guida religiosa e, di fatto, capo di Stato di una nazione. Ora è da notare il fatto che il capo politico della Repubblica Islamica dell’Iran si sia arrogato il diritto di giudicare un cittadino straniero. Salman Rushdie, in un Paese musulmano, sarebbe stato condannato a morte non solo per il suo libro, ma anche per il fatto di essere nato musulmano e per aver abbandonato l’islam (cosa per la quale, secondo la sharia, altri autorevoli personaggi potrebbero essere passibili di pena capitale: uno su tutti Barack Obama, nato da padre musulmano anche se non credente, che si è fatto battezzare come cristiano nella United Church of Christ. Al Zawahiri sottolineò, in un suo messaggio, il fatto che Obama per la sharia sarebbe un apostata). Ma Rushdie non è iraniano. Non è nemmeno cittadino di un Paese musulmano: è cittadino britannico, di origine indiana.
Khomeini è chiaro: i musulmani “ovunque si trovino nel mondo” devono eseguire la sentenza. Con questa fatwa Khomeini lanciò una chiara sfida al mondo non musulmano: la sharia è universale, vale anche laddove l’islam non è religione di Stato. L’ayatollah fu un precursore e preparò il terreno ai fondamentalisti moderni. Il suo appello non rimase inascoltato. Yusuf Islam, conosciuto un tempo come Cat Stevens e, prima della conversione all’islam, uno dei maggiori cantautori inglesi autore di pezzi come la bellissilma Father and son, dichiarò che si trovava d’accordo con la sentenza di Khomeini. Sentenza che fu in parte eseguita: il traduttore giapponese del romanzo di Rushdie, Itoshi Igarashi, venne assassinato, mentre il traduttore italiano, Ettore Capriolo, fu “solo” ferito da una pugnalata a Milano. Un italiano e un giapponese: né l’uno né l’altro vivevano in un Paese islamico. Eppure Khomeini aveva decretato la morte anche per loro. Ricordare il caso Rushdie è utile, perché pochi si resero conto del suo significato più profondo: l’affermazione della legislazione islamica anche laddove l’islam non vige come religione di Stato o semplicemente come religione maggioritaria. In nazioni come l’Italia e il Giappone l’islam è molto minoritario: i musulmani in Italia sono il 2,1 per cento, in Giappone sono solo centomila su una popolazione di 127.950.000 (e di questi il 90 per cento non è di origine giapponese). Eppure la sharia è stata applicata anche in queste nazioni. Ma l’esecuzione capitale di critici ha qualche precedente nella sharia? Sappiamo che anche la religione cristiana si macchiò di gravi delitti, come quelli perpetrati dall’inquisizione. Ma sappiamo anche che questi delitti furono un’aberrazione: Gesù Cristo non uccise, ma si fece uccidere. Di più: non si lasciò neppure difendere quando Giuda accompagnò gli sgherri del Sinedrio a catturarlo nel Getsemani, ma fermò la mano di Pietro che aveva già impugnato la spada e ferito uno dei servi dei sacerdoti, guarendo subito dopo quel servo che era lì per catturarlo. I cristiani dei primi secoli si fecero uccidere. Oggi i cristiani sono uccisi, e nel solo XX secolo la Chiesa conta 40 milioni di martiri.

Ma il Corano e Maometto permettono l’uccisione di scrittori poco graditi? C’è, a questo proposito, un episodio inquietante della vita di Maometto. A Medina il Profeta dell’islam aveva due detrattori: due poeti. Uno era un anziano quasi centenario, Abu Afak. L’altra era una donna, Asma bint Marwan. Le loro satire sul Profeta sono arrivate sino a noi. L’anziano Abu Afak declmava: “Ho vissuto a lungo, ma non ho mai visto/ né casato, né asswmblea di persone/ più leale e più fedele a colui/ che si allea con essa quando egli chiama/ di quella dei figli di Qayla/ Le montagne crolleranno prima che essa si sottometta/ma ecco che un cavaliere è giunto a lei e l’ha divisa/ (egli dice): “è permesso! E’ vietato! Per ogni sorta do cose/ ma se voi aveste creduto al prestigio/ e all’autorità/ non avreste forse seguito un re del Sud?”. Più virulenta Asma, secondo la traduzione riportata dall’islamista Maxime Rodinson: “Fottuti di Malik e di Nabit/ e di Awf, fottuti Khazrag (clan e tribù medinesi)/ voi obbedite a uno straniero che non è di qui/non è di Murad né di Madh’hig (trbù yemenite)!/ Sperate in lui dopo l’assassinio dei vostri capi/come avidi del brodo di una carne che si fa cuocere?/ non ci sarà un uomo d’onore che approfitterà di un momento di disattenzione/ e che taglierà corto alle speranze degli imbroglioni?” (Maxime Rodinson, Maometto, Einaudi, pagg. 157-158). La sorte della donna fu decisa da questi versi :”Dopo aver udito questi versi, Maometto disse: ‘Nessuno mi libererà da questa donna?’. Umayr, un devoto musulmano, decise di eseguire il volere del Profeta. E quella notte penetrò nella tenda della poetessa mentre dormiva circondata dai suoi bambini. Uno era attaccato al suo seno. Umayr spostò il bambino che succhiava il seno e poi immerse la spada nel petto della poetessa. La mattina seguente in moschea, Maometto, che era a conoscenza dell’uccisione, disse: ‘Hai aiutato Allah e il Suo Apostolo’. Umayr disse: ‘Lei aveva cinque figli. Devo sentirmi colpevole?’ Il Profeta rispose ‘No. La sua morte è insignificante come fue capre che battono la testa” (Ibn Ishaq,Sirat Rasul Allah, 676) . Ibn Ishaq, biografo del Profeta, narra in maniera simile anche la morte del poeta ultracentenari: “L’Apostolo di Allah disse: ‘Chi mi libererà da questo furfante’. Allora Salim ibn Umayr, fratello di Ibn Amr ibn Awf, uno dei ‘piagnoni’, andò e l’uccise. Umama ibn Muzayriya disse, a tal proposito: ‘Tu hai mentito sulla religione di Dio e su Colui che è degno di Lode (significato del nome “Muhammad” o “Ahmad”, ndr.)/ Per tuo padre, egli ha generato il male/ Un credente nell’Unico Dio ti ha ucciso nella notte dicendo:/ ‘Tieni Abu Afak, malgrado la tua veneranda età” (Ibn Ishaq, op. cit. 675). Quindi le stesse fonti musulmane ci confermano che la soppressione di intellettuali scomodi era una pratica conosciuta e applicata dallo stesso Profeta. E il comportamento del Profeta è una delle fonti della sharia. Per questo diviene estremamente pericoloso ammettere la sharia come fonte di legislazione accettabile: perché, secondo la legge islamica, è legale la soppressione di chi dice cose scomode. Quindi non fingiamo di stupirci se un fumettista danese rischia di essere ucciso a colpi d’accetta. Rendiamoci conto che per un tribunale islamico, come quelli operanti nel Regno Unito, questo potrebbe risultare legale. In quanto basato su una pratica applicata dallo stesso Profeta Maometto, il quale è stato l’unico tra i fondatori delle grandi religioni a sopprimere i suoi avversari (né Gesù né Buddha arrivarono solo ad essere sfiorati da un pensiero simile. Essi combattevano i loro avversari con la forza delal loro dottrina, della loro parola e, soprattutto, del loro esempio). Ricordiamo che il Profeta, anche per l’islam, è solo un uomo che commise anche qualche errore. Ma se il Corano rimprovera a Maometto, nella sura 80 S’accigliò il fatto di aver voltato le spalle ad un povero cieco, non gli rimprovera mai tali delitti. Maometto resta pur sempre “la migliore delle creature” e il testo sacro musulmano dice esplicitamente: “Avete nel Messaggero di Allah un magnifico esempio” (sura 33, Le fazioni alleate, v. 21). E ricordiamo che il Corano pronuncia esplicitamente una pena per chi offende Maometto: “In verità la ricompensa di coloro che combattono Iddio e il Suo Messaggero e si danno a corrompere la terra è che essi saranno massacrati o crocifissi, o amputati delle mani e dei piedi dai lati opposti, o banditi dalla terra” (Sura 5 la Mensa, v. 33, trad. Alessandro Bausani). E ricordiamo che nell’islam ortodosso il Corano è Parola di Dio eterna e increata, ed è la prima fonte della legislazione.

Quindi questi atti sono da prendere molto seriamente. E considerare che c’è una differenza, pericolosa, tra la nostra legge e la sharia: ciò che per noi è un delitto per l’islam radicale potrebbe essere l’applicazione della legge.