Il dramma dei cristiani iracheni

di Andrea Lavazza

Sparare contro ragazzi che vanno all’u­niversità è raccapricciante. La misura dell’atrocità l’ha data un sacerdote: le vitti­me non erano soldati o miliziani, ma stu­denti che portavano con libri e quaderni i loro sogni di crescere e di servire il proprio Paese. Ma ad aggiungere orrore su orrore c’è la motivazione più odiosa, quella del­l’intolleranza religiosa, la negazione del pri­mo diritto umano, la libertà di professare la propria fede senza impedimenti. E senza rischiare la vita come accade ogni giorno ai cristiani iracheni, minoranza tra le mino­ranze, non `degna` che di poche righe sul­le agenzie di stampa quando finisce sotto il fuoco dei fondamentalisti musulmani, de­terminati a imporle un esodo forzato dalle terre in cui risiede da molti secoli.


L’attacco di domenica a Mosul contro un convoglio di universitari siro-cattolici, nel caos politico di un dopo-elezioni partico­larmente tormentato, non ha meritato nemmeno un messaggio di solidarietà da parte delle autorità di Baghdad. Silenzio an­che nell’Occidente tanto solerte per altre cause, pur altrettanto nobili, ma selettiva­mente distratto quando si tratta di difen­dere i cristiani presi di mira in quanto tali. Qualche lodevole eccezione nel panorama italiano, ma le ripetute sollecitazioni parti­te da Roma non trovano echi a Bruxelles, dove nessuno sembra troppo preoccupato della sorte degli iracheni fedeli alla Chiesa. E si sa che l’apatia e l’indifferenza sono i mi­gliori alleati dei carnefici. In sette anni di guerra e di travagliato post-Saddam sono stati centinaia i cristiani uccisi, decine di migliaia quelli costretti alla fuga, prima da Baghdad verso il Nord e poi all’estero, nei Paesi confinanti o in Europa, America e Au­stralia. I loro spazi di manovra sempre più ridotti: luoghi di culto distrutti, attività e­conomiche soffocate, violenze e minacce diffuse. Tutto denunciato e documentato; tutto spesso ignorato e regolarmente sot­tovalutato.
L’attentato agli studenti è avvenuto nel bre­ve spazio di un chilometro, tra due posti di blocco, uno delle forze americane e irache­ne, l’altro della polizia locale curda: una di­mostrazione che per la minoranza più per­seguitata c’è soltanto una `terra di nessu­no`, in cui si può impunemente colpirla senza che vi sia una doverosa mobilitazio­ne per la sua sicurezza. Il convoglio dei ra­gazzi aveva, in testa e in coda, un paio di vetture di scorta, poca cosa per la forza e la feroce determinazione degli estremisti mu­sulmani contrari a ogni forma di tolleran­za e di convivenza.
Ieri il vescovo Casmoussa ha invocato l’in­tervento di un contingente delle Nazioni U­nite per la protezione della mese dopo me­se più esigua presenza cristiana. Non si ri­peterà mai troppe volte che un Iraq libera­to dalla dittatura  ma privo di una delle sue componenti religiose e sociali più antiche testimonierebbe la sconfitta di un proget­to democratico che doveva estendere la sua influenza anche ai Paesi vicini. Al contrario, il contagio di una `pulizia confessionale` implicitamente accettata potrà diffondersi pure oltreconfine, in una regione dove gli e­stremismi non sono certo sopiti.
Se per qualche inconfessabile pregiudizio anti-cristiano si rinunciasse alla difesa at­tiva dei fedeli che ancora resistono nel Pae­se, non solo si verrebbe meno a un dovere di giustizia, ma verrebbero aperte le porte al fanatismo. Quello che, poi, ci indigna e ci spaventa quando raggiunge le nostre na­zioni e le nostre città. Pensiamoci, il tempo a disposizione per i cristiani iracheni con­tinua drammaticamente a diminuire.