di Claudio Risé
Tratto da Il Mattino di Napoli

La diagnosi del malessere profondo degli italiani è ormai sul tavolo di chi governa. Il problema dell’Italia è in gran parte la sua scarsità di «capitale umano», come l’ha definito il presidente Mario Monti. Vale a dire il poco valore (segnalato da sempre in questa rubrica) delle competenze scolastiche e formative degli italiani. Di sicuro intuitivi, intelligenti e laboriosi, ma non dotati dalla scuola e da altre agenzie formative delle nozioni necessarie a guadagnare e produrre, oggi.

È un deficit che riguarda tutti, ma è particolarmente preoccupante se si guarda alla situazione giovanile, che rappresenta potenzialmente l’Italia di domani.

Nella popolazione solo poco più della metà (il 54%) ha un diploma, mentre la media Ocse è al 73% (ma già Estonia e Polonia sono attorno al 90%). Meno diplomi significa che sappiamo fare di meno i mestieri e le professioni oggi richieste: da qui disoccupazione ed anche trasferimento di imprese (che vanno dove c’è lavoro qualificato), e contrazione del sistema produttivo.

Dal punto di vista psicologico, è qui che prende forma anche l’indebolimento della spinta vitale e creativa, quella «stagnazione» riconosciuta come un tratto, anche caratteriale, dell’italiano di oggi.

Un sapere debole non significa infatti solo poco guadagno, ma anche depressione, disorientamento, apatia. Il basso livello formativo, la scarsità del capitale umano (più che di quello finanziario, non certo più debole di Estonia e Polonia), è la cartina di tornasole dei nostri problemi profondi. Ad esempio il fatto che l’orientamento scolastico in Italia è ancora gestito prevalentemente dalle famiglie, più che da appositi tutor di cui solo adesso, finalmente, si comincia a parlare.

Un orientamento scolastico affidato ai genitori, però, soprattutto in una cultura «inclusiva» come quella della famiglia italiana, dove i figli vengono visti più come risorsa e spesso proprietà famigliare, che come individui portatori di proprie personalità e vocazioni, non rispecchia le tendenze oggettive della società attuale. Si tende così a proiettare sulle scelte dei figli valori sociali propri delle società passate: da qui si origina l’inflazione di lauree umanistiche, col numero di avvocati e psicologi più alto d’Europa, e la perdurante carenza di competenze scientifiche, e di formazione tecnica.

La formazione che gli italiani hanno avuto negli ultimi vent’anni (e continuano a ricevere oggi), riflette insomma i valori affettivi e culturali degli adulti degli anni ’89-’90: ma da allora è cambiato il mondo.

Questo tratto passatista, obsoleto, del nostro capitale umano dipende anche dal fatto che la formazione oggi è in continuo movimento, mentre noi siamo abituati a una scuola modellata su sistemi di pensiero considerati perenni: l’idealismo, il marxismo…

I giovani formati nella nostra scuola hanno competenze astratte e rigide, invece che realistiche e flessibili, pronte a integrare nuovi saperi, nuovi modi di conoscenza, di produzione, di comunicazione.

La scuola, invece, non è «una volta per tutte», ma va vista in un processo di apprendimento continuo (Long Life Learning), diverso dal monolite che la scuola italiana ancora è. Anche per questo il linguista Tullio De Mauro insiste sull’educazione degli adulti, ricordando al Corriere che «il 71% degli adulti non è in grado di leggere correntemente un documento, un giornale, meno che mai un libro».

Questo è il vero e grande deficit italiano. Quello del capitale umano, delle competenze cognitive indispensabili nel mondo di oggi. Finalmente lo si è detto. Ora va affrontato.