Ecco come lo sviluppo scientifico si è realizzato  nella storia: esce un pamphlet di Stanley Jaki, il benedettino e studioso ungherese scomparso un mese fa
di Stanley L. Jaki
Tratto da Avvenire del 7 maggio 2009

I Paesi musulmani più importanti stanno or­mai da decenni attuando uno sforzo con­certato per portarsi in pari con la tecnolo­gia e la scienza occidentale, e non a caso nien­te sta più a cuore ad Israele del mantenimento di una superiorità scientifica e tecnologica in­sormontabile rispetto ad ogni e qualsiasi pae­se musulmano.

Ma i musulmani non possono ignorare che né la scienza né la tecnologia (di cui hanno un grande bisogno per sfruttare le lo­ro vaste risorse petrolifere) sono state prodot­te dai musulmani, anche se questo fatto non causa grande imbarazzo al tipico intellettuale musulmano, il quale preferisce sottolineare l’a­buso della scienza fatto dagli occidentali, at­traverso il suo utilizzo come strumento di co­lonizzazione e dominazione economica.

Da questo punto di vista la reazione degli indù moderni è molto diversa. Alcuni fra loro, Neh­ru ne fu un esempio, hanno cercato di trovare le ragioni per cui la scienza non è nata nella lo­ro terra. Costoro non trovano niente di meglio (e in questo sono simili ai cinesi da due gene­razioni sotto l’indottrinamento marxista) del­l’affermare che un’alba democratica fu segui­ta da un sistema feudale di produzione. Sia gli Indù che i cinesi dovrebbero leggere attenta­mente i loro antichi testi, sia sacri che filosofi­ci, per rendersi conto della vacuità di simili scu­se. Tutti quegli scritti testimoniano una visio­ne del mondo panteista e organicista dove tut­to si ripeteva ciclicamente ed era guidato da strane volizioni. Lo stesso era il caso per gli an­tichi Egizi e Babilonesi e perfino per gli antichi greci.

Quanti hanno per passatempo l’immaginare diversi corsi della storia dovrebbero considerare uno scenario che comincia con un Copernico indù o un Newton cinese. Tali scenari ed altri simili si possono ipotizzare per tutte le culture dell’antichità, ma specialmente per quella indù e cinese, le sole a sopravvivere nei tempi mo­derni come potenze politiche di prima gran­dezza. Il caso della civiltà musulmana è diver­so, in parte perché, in confronto con le altre culture citate è un po’ una nuova venuta sul palcoscenico della storia. È inoltre importan­te, notare il fatto che c’è nel Corano una co­smologia che, anche se parzialmente animista, non è certamente ciclica. Il Corano è totalmente allineato con la visione biblica del cosmo co­me qualcosa che è iniziato con la creazione di tutto, e che sta procedendo in linea retta verso una consumazione assoluta, la cui venuta nien­te può fermare. Come la visione del mondo bi­blica, la visione del mondo musulmana ha la sua migliore rappresentazione in una freccia, così diversa da un cerchio, per non parlare del­la svastica, questo simbolo classico della visio­ne ciclica del mondo nella maggior parte delle culture antiche. Una freccia rappresenta un processo lineare rettilineo che non devia dal suo corso.

Ora se si afferma che un siffatto modello co­smologico ha favorito il sorgere della scienza nell’Occidente cristiano, allora sorge la do­manda: perché i musulmani non ci sono arri­vati prima di quell’Occidente? […] Questo non vuol dire che nessun musulmano abbia mai fatto esperimenti. Fecero esperi- menti in medicina, specialmente nell’oftal­mologia. I mercanti arabi scoprirono presto i vantaggi del sistema decimale indù, che l’Oc­cidente apprese attraverso canali arabi. I mu­sulmani coltivarono avidamente l’astronomia tolemaica, il che implicava una buona cono­scenza di forme avanzate della geometria eu­clidea. L’utilizzo degli epicicli, comunque, non permetteva di spingersi oltre una certa preci­sione nel rilevamento del moto dei pianeti. Na­turalmente, per quanto riguarda l’astrologia, che era basata sulla predizione delle posizioni dei pianeti, la precisione della astronomia to­lemaica era più che sufficiente. Ma per poter ot­tenere il controllo delle cose in moto sulla Ter­ra, quell’astronomia non era di molto aiuto. U­na scienza genuina delle leggi del moto era ne­cessaria e qui gli studiosi musulmani fallirono nonostante fossero molto vicini alla meta.

Per capire questo si deve sapere che la scienza del movimento è quella che si può costruire sulle tre leggi del moto che si trovano per la pri­ma volta insieme nei Principia di Newton. Ma la prima e più importante di esse, la legge del­l’inerzia, fu formulata secoli prima di Newton. Anche la formulazione di un’altra legge, per cui ad ogni azione corrisponde una reazione, pre­cede Newton di circa 60 anni, essendo stata for­mulata per la prima volta da Cartesio.

Cartesio ancora sospettava che la legge del mo­to inerziale avesse origini medioevali, ma non diede credito a nessuno. Newton stesso non e­ra incline a dar credito di qualcosa a Cartesio, il cui nome egli cancellò dai suoi manoscritti. Newton non sapeva quasi nulla dei medievali, salvo che avevano costruito delle magnifiche cattedrali. Si sarebbe stupito moltissimo nel­l’apprendere che i medievali avevano costrui­to anche le fondamenta della sua fisica. Perché la legge della forza, formulata da Newton, è in­concepibile senza la legge del moto inerziale.

Newton sarebbe stato altrettanto stupito se a­vesse saputo che era stato un famoso musul­mano medievale, Avicenna, a concepire per pri­mo la legge di inerzia, ma senza percepirne l’importanza, come se avesse indossato dei pa­raocchi. I suoi paraocchi erano le leggi fonda­mentali della cosmologia aristotelica che Avi­cenna, essendo un panteista in fondo al cuore ed un musulmano solo in apparenza, accetta­va completamente. Secondo il panteismo aristotelico l’universo e­ra divinamente perfetto, quindi sferico e in un movimento circolare perenne. Siccome un cer­chio non contiene un punto diverso dagli altri, un movimento circolare non evoca un punto di partenza assoluto. Imprigionato da questa vi­sione del mondo Avicenna non poté trovare in essa un invito ad applicarvi la sua idea di mo­to inerziale. Fu così che il mondo musulmano perse la sua occasione d’oro di arrivare per pri­mo a formulare una fisica che gli avrebbe per­messo il controllo del mondo fisico.

Dall’Ungheria agli States
di Lorenzo Fazzini

Fu un agguerrito nemico della vulgata illuministica per la quale la scienza moderna è nata ‘nonostante’ il cristianesimo. Con i suoi studi e la sua pluridecennale ricerca – sfociata in 40 libri – sui rapporti tra scienza e religione, il benedettino ungherese (ma trapiantato negli States) padre Stanley L. Jaki ha segnato un’epoca, almeno negli Usa. In occasione della sua morte – avvenuta un mese fa, il 7 aprile, a Madrid – il ‘New York Times’ gli ha dedicato un articolo elogiativo definendolo «studioso inflessibile», mentre la grande stampa italiana ne ha ignorato i libri e l’indefesso acume scientifico.

Nato nel 1924 in Ungheria, Jaki aveva studiato teologia a Roma e fisica alla Fordham University sotto la guida del premio Nobel Victor Hess; è stato docente alla Seton Hall University di South Orange e visiting professor a Edimburgo e al Balliol College di Oxford. Sua la riscoperta del pensatore francese Pierre Duhem (1861-1916) per il quale il cristianesimo medievale aveva preparato il terreno alle scoperte scientifiche di Copernico, Keplero, Galileo e Newton.

Ultimamente Jaki aveva criticato le posizioni creazioniste: «Esiste un’incomprensione di base che prosegue da centinaia di anni, e continuerà, proprio sul problema ‘creazionismo’. Nelle questioni intellettuali non dobbiamo risolvere dilemmi come questi in modo soddisfacente per tutti» aveva dichiarato al ‘New York Times’.

Nella sua carriera aveva ricevuto importanti riconoscimenti come il Premio Templeton nel 1987 e il Lecomte du Nouy nel ’70. In Italia le Edizioni Fede & Cultura (tel. 045/941851) ne stanno facendo conoscere il pensiero attraverso i suoi libri. Sono già usciti Cristo e la scienza e Un trattato sulla Verità, Disegno intelligente?. Ora è in uscita il volume Cristo, scienza e islam (pagine 48, euro 6) di cui sopra pubblichiamo uno stralcio.