di Martino Mora

Ora che le polemiche sulla presenza del crocifisso nelle scuole si sono stemperate, occorre forse riprendere il discorso per cercare di cogliere il significato profondo di questo simbolo.

Cominciamo dall’aspetto più elementare: il crocifisso rappresenta un uomo che muore su una Croce.

La Croce era uno strumento di morte. E la morte, il problema della morte, è all’origine del sacro e della religione in qualsiasi cultura. Già nella preistoria gli uomini seppellivano i propri morti e invocavano le forze soprannaturali. C’è chi ha scritto che se gli animali seppellissero i propri morti non sarebbero più animali, ma uomini. Il bisogno disperato di dare un senso alla propria morte e a quella dei componenti del proprio gruppo è fondamentale in qualsiasi esperienza religiosa, a partire da quella più arcaica.

Se l’uomo riuscisse un giorno a vincere il dolore e la morte, forse non avrebbe più bisogno di alcuna religione. Perché è solo la consapevolezza della propria finitezza e insufficienza che gli apre l’esperienza del sacro. Senza la consapevolezza della propria finitezza, il sacro si inaridisce.

La rappresentazione della morte che ci dà il crocifisso tocca quindi al cuore l’essenza di qualsiasi esperienza religiosa ed esistenziale. E’ quindi simbolo religioso per eccellenza.

La specificità di quel simbolo cristiano sta però nel fatto che quell’uomo che pende dal legno è anche Dio. E’ il Dio che si è incarnato, che si è fatto uomo e ha voluto condividere il destino di tutti fino alla morte, e la morte più brutale e crudele. Così facendo, ha dato un senso universale alla propria morte, e alla propria vittoria sul nulla eterno tramite la resurrezione.

Qui incontriamo un altro significato profondo che la Croce esprime. E’ quello del sacrificio della vittima innocente. La crocifissione di Gesù, nella prospettiva cristiana, è il sacrificio per eccellenza, perché è il sacrificio del Dio incarnato che prende su di sé i peccati dell’uomo. Questa è la teologia della Croce, di cui la prima e massima espressione, nel cristianesimo delle origini, si trova in San Paolo. E’ stato infatti “l’apostolo delle genti” a ritenere abolita la Legge ebraica grazie al sacrificio e alla resurrezione del Cristo. Anche qui, però, oltre alla dirompente novità, vi è anche una manifesta continuità con l’elemento comune di tutte le esperienze religiose antiche, ebraismo compreso, che davano al sacrificio di uomini o animali una straordinaria importanza.

Su questi temi si è soffermato moltissimo il grande antropologo René Girard, che rileva la novità del sacrificio di Cristo: il punto di vista della vittima prende il posto di quella del carnefice. Il sacrificio è ancora centrale, e si tratta di un sacrificio umano. Ma l’attenzione si sposta completamente sulla vittima, che è colei che redime l’umanità intera. E’ un sacrificio di tipo nuovo, che vale una volta per tutte. Vale per sempre e non deve essere ripetuto, se non sotto forma di commemorazione, durante la messa. Non vi saranno nuovi sacrifici, non vi saranno più capri espiatori. L’agnello sacrificale, l’uomo-Dio, muore una volta sola. Basta commemorarlo nella messa per renderlo sempre presente nella vita di ogni comunità. E’ questa una vera rivoluzione culturale di incomparabile importanza, nella storia delle religioni.

La fede in Cristo – individuale e comunitaria – diventa quindi sufficiente per la salvezza, al posto della Legge mosaica, le numerosissime norme e prescrizioni che il monoteismo giudaico aveva stabilito. Quando Paolo di Tarso sostiene in maniera decisa che le differenze etniche, sociali o tra uomo e donna non sono più essenziali di fronte alla fede in Cristo, fonda su basi teologiche l’universalismo cristiano. Lo fa riprendendo fedelmente lo spirito della predicazione di Cristo. Non solo del Cristo risorto che invita a portare la buona novella a tutte le genti, ma anche del Cristo predicatore che ha colpito al cuore il legalismo giudaico. Quando sostiene che l’impurità non viene da quello che si mangia o che si tocca, ma dalle intenzioni del nostro cuore, Cristo rivoluziona il concetto di purezza, interiorizzandolo. Mortificando la presunzione del fariseo, meticoloso legalista, rispetto all’umiltà del pubblicano, sottolinea la totale insufficienza della Legge. Così, sfida i legalisti a proposito del Sabato come giorno dedicato al riposo assoluto, e li sfida ancora nel caso della condanna dell’adultera, che salva dalla lapidazione.

Paolo riprende, nella sua teologia della Croce, il senso profondo della lotta antilegalista che Gesù ha ingaggiato con farisei e dottori della legge. E’ quindi proprio il simbolo della Croce che permette di cogliere meglio di qualsiasi altro la continuità profonda, ma al contempo la grande differenza con le altre religioni, anche monoteiste. L’ecumenismo spinto di questi decenni non può essere stato concepito se non a prezzo di un occultamento di questo simbolo che porta “scandalo”, secondo la definizione di Paolo.

Lo scandalo della Croce di cui parla Paolo è rimasto tale infatti per il giudaismo, ma è altrettanto forte per l’islam. Il corano sostiene che sulla Croce non è finito il profeta Gesù, chiamato Issa, ma un sosia. Lo ha ripetuto anche Gheddafi pochi giorni orsono. Non a caso l’islamismo, pur ispirandosi all’universalismo cristiano, negando la Croce ritorna al legalismo giudaico. La lapidazione delle adultere è solo l’esempio più eclatante di questo ritorno. Manuele Paleologo, l’imperatore-teologo di Bisanzio, fu tra i commentatori cristiani che insistettero maggiormente sul ritorno dell’islam alla mentalità mosaica. Così l’impurità torna ad essere, per i musulmani, qualcosa che riguarda più il corpo del cuore umano.

E’ questo legalismo la forza dell’islam, la ragione della sua coesione al di là delle differenze nazionali o etniche. E’ uno dei motivi principali per cui non vi è stato e forse mai vi sarà un protestantesimo islamico. Ma ciò che l’islam ha guadagnato sul cristianesimo in fatto di coesione dottrinale potrebbe però averlo perso autocondannandosi al formalismo, trascurando l’adesione profonda del cuore umano a una verità che lo trasforma.

La Croce, quindi, continua ad essere “scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani”. Però colpisce che non siano gli ebrei e i musulmani (a parte il grottesco Abel Smith), bensì i laicisti, atei ed agnostici, a volere la rimozione dei crocifissi. Come mai la Croce continua a scandalizzare? Il suo scandalo perenne non ha la sua origine in ragioni strettamente giuridiche e politiche. C’è dietro qualcosa di più profondo. Il regista porno Lasse Braun, protagonista anche politico della prima legalizzazione statuale della pornografia, quella della Danimarca nel 1969, elogiando in un’intervista le “orge pazzesche” della corte di Caligola, definì epoca felice quella romana, in cui “non c’era il peccato, non c’era il crocifisso”. Ecco. Interroghiamoci sulle motivazioni profonde e nascoste di certe battaglie, di certe sentenze.