di Anna Vercors

Tratto da Anna Vercors

Da Tracce:

04/05/2012 – Un video mostra il dramma dei rapimenti di bambini in Uganda. E fa il giro del mondo, con 100 milioni di click in pochi giorni. Fino a “entrare” nella vita di un gruppo di ragazzini americani. Che non si fermano alle lacrime

  • Joseph Kony, guerrigliero ugandese capo del <br> Lord’s Resistance Army.
  • Joseph Kony, guerrigliero ugandese capo del
    Lord’s Resistance Army.

«Per due giorni interi, su Twitter non è esistito altro». Parla del video Kony 2012Taylor Forman, uno studente dell’ultimo anno presso la Broad Run High School di Ashburn, Virginia: «Tutti ne parlavano. Anche i ragazzi piangevano». La sua amica, Flannery McGale, studentessa dell’ultimo anno alla Brookewood School for Girls di Kensington, pensa lo stesso: «Il video ha avuto un effetto enorme. Io ero come soggiogata. Mi ha aperto gli occhi sul mondo che c’è al di fuori della middle-class americana. Tutta la mia vita mi era sempre sembrata così distante, ma questa volta ho sentito che avrei potuto farne parte. Era surreale».

Il video Kony 2012 è stato pubblicato lo scorso 5 marzo da Invisible Children, un’organizzazione non governativa che ha sede negli Usa. Ed è diventato un successo immediato sui social media, il video più “virale” di tutti i tempi. Grazie a una diffusione su Twitter promossa da personaggi famosi come Rihanna, Justin Bieber, Angelina Jolie e Oprah, in soli sei giorni, Kony 2012 ha catturato l’attenzione di 100 milioni di persone negli Stati Uniti e in tutto il mondo.
Il video di 30 minuti racconta le atrocità perpetrate da Joseph Kony, capo del cosiddetto “Esercito di Resistenza del Signore” ugandese (il Lord’s Resistance Army, Lra), attraverso gli occhi di un testimone, Jacob, il cui fratello è stato rapito e ucciso. L’Lra ha terrorizzato l’Uganda del Nord per due decenni, rapendo bambini e costringendoli a diventare bambini-soldato o schiavi del sesso.

Il video invita ad agire concretamente per fermare Kony, dando la massima diffusione possibile al video stesso e ordinando gli action kit, le modalità con cui sottoscrivere la petizione contro Kony, in modo che il mondo intero sappia chi è Kony, esercitando pressione sui capi di governo per arrestarlo e portarlo davanti ad un giudice.
Flannery era così commossa dal video che ha acquistato subito un action kit. «Ho una mentalità così americana, che dovevo fare qualcosa», spiega. Gli action kit sono andati esauriti in pochi giorni dopo il successo inatteso e senza precedenti del video.
Al fermento nei social media si è rapidamente sostituita la tradizionale diffusione sui mass media.

La bolla del successo era scoppiata, si è avuta l’impressione che il fenomeno si fosse esaurito tanto in fretta quanto si era diffuso. Twitter e Facebook hanno ricominciato ad occuparsi di fatti banali: quello che la gente mangia a colazione, di chi si è visto con chi…

Ma per i ragazzi di Gioventù Studentesca negli Usa tutto il clamore intorno aKony 2012 è stato un’occasione per guardare quel dramma a un livello più profondo. Quando i responsabili di GS, soprattutto insegnanti, si sono resi conto che i loro studenti erano entusiasti del video, che stava catturando una straordinaria attenzione anche da parte dei media, li hanno invitati a riflettere su quale fosse il suo significato, suche cosa sono davvero la giustizia e la carità.

«Questo genere di cose provoca una reazione sentimentale. In noi c’è l’esigenza della giustizia e vogliamo risolvere la questione: da una parte mandando un esercito a occuparsi di Kony, ma dall’altra stentiamo a impegnarci realmente con un problema e con la gente che ha un problema», dice Barbara Gagliotti, un’insegnante della Brookewood. Osserva che basta cambiare l’immagine di un profilo o indicare con “Mi piace” una pagina di Facebook perché la gente si senta bene con se stessa, ma si domanda se questo comportamento abbia qualche valore reale. «Non è carità nel senso di unire se stessi a un altro essere umano, sopportare la sofferenza di un altro. Non riconosce che tutti noi siamo conniventi con il male».
Joseph McPherson, preside della Brookewood, aggiunge: «Come quando le signore al tempo della Regina Vittoria piangevano leggendo Dickens, ma non facevano niente di concreto per alleviare la sofferenza o pensare che forse loro stesse avrebbero potuto essere la causa della sofferenza altrui. Noi possiamo fare cose buone per sovrastare il male, ma richiede sempre un sacrificio concreto, non solo buona volontà».

A New York City, gli studenti del 7° e 8° grado della Cathedral School hanno fatto vedere il video alla loro prof Monica Canetta, perché sapevano che aveva vissuto in Uganda e volevano saperne di più sulla guerra e su Kony. Monica ha guardato il video con i suoi studenti e poi ha organizzato una conversazione con la sua amica Agnes, una vittima dei rapimenti in Uganda, che ora da avvocato si batte per la tutela dei diritti umani. Agnes ha spiegato ai ragazzi che, quando era studentessa, viveva in un collegio dell’Uganda del Nord. Nel cuore della notte, i ribelli dell’Lra fecero irruzione nella scuola e rapirono 139 studenti. La suora responsabile rincorse i ribelli, supplicandoli di risparmiare la vita ai bambini. I ribelli restituirono la maggior parte dei bambini, ma ne tennero trenta, inclusa Agnes, che riuscì a fuggire poco tempo dopo.
Agnes ha detto agli studenti che il vero dramma, oggi, è rispondere alle esigenze delle vittime dei rapimenti, molte delle quali stanno incontrando enormi difficoltà a riprendere una vita normale. Mentre la famiglia di Agnes l’ha riaccolta quando è tornata, molte altre famiglie non hanno lasciato che i loro figli rientrassero in famiglia, una volta che la guerra è finita. In molti casi, le famiglie hanno paura delle vittime che sono state costrette a compiere tante azioni malvagie. Alcuni dei rapiti fanno anche fatica a stare di fronte a quello che è accaduto, a ciò che sono stati costretti a fare, e non riescono a perdonarsi.
«Mi colpisce che il video sia nato dall’amicizia tra il produttore e il ragazzo ugandese, e che Russell voglia comunicare qualcosa di positivo a suo figlio», ha detto. Il video le ha anche mostrato che il senso religioso dei suoi studenti e di altri giovani è ancora molto vivo e li spinge a desiderare di agire. E conclude: «Questo bisogno è così puro che questi giovani americani volevano fare qualcosa, partecipare. Vogliono giustizia».

A Boston, i ragazzi di Gs della Cristo Rey High School hanno discusso dell’impatto che il video ha avuto e hanno scritto un volantino da distribuire ai compagni. Come ha detto uno dei ragazzi: «Più di ogni altra cosa questa situazione mi fa gridare: “Perché? Perché esiste un male così grande?“. Ci fa essere umili e grati per aver sperimentato che la vita ha un valore e una dignità».
Per Flannery l’opportunità di parlare del video in Gs con gli adulti è stata utile: «Se non fosse stato per loro, non mi sarei mai posta domande come “cos’è la giustizia?“, oppure “cosa vuol dire per me?”. Sono ancora grata del video e dell’attenzione che ha suscitato. È la cosa più umana che ha fatto notizia da molto tempo a questa parte».

Per gli studenti di Monica le domande suscitate dal video hanno rappresentato l’inizio di qualcosa di nuovo: l’amicizia con Agnes e il desiderio di conoscere di più. Così lei, con altri amici di New York, ha sponsorizzato l’adozione a distanza di tre bambini in Uganda per quattro anni. «A scuola abbiamo deciso di iniziare un rapporto con questi bambini ugandesi che abbiamo “adottato” scrivendo loro delle lettere», racconta: «Potrebbe essere l’inizio di un’amicizia. I miei studenti hanno detto che questo è il miglior modo di conoscere cosa sta succedendo in Uganda. Abbiamo scoperto che l’educazione inizia con un rapporto, non con un action kit».

Patricia Branagan