intervista a Alberto Gambino

Tratto da Il Sussidiario.net

Per i giudici milanesi il divieto di fecondazione eterologa nella Legge italiana contrasterebbe con una serie di principi, tra cui il “diritto alla realizzazione della vita privata famigliare”. Per questo la corte milanese (insieme a Catania e Firenze) ha rimesso la questione alla Corte Costituzionale italiana.

Il principio invocato, a detta di questi magistrati, dovrebbe essere un diritto costituzionale e il divieto, nell’ambito delle tecniche di fecondazione assistita, di donazione di un gamete da parte di una persona esterna alla coppia andrebbe contro il diritto di una persona a realizzare la propria vita famigliare. L’ordinanza di remissione, tuttavia, spiega Alberto Gambino a ilsussidiario. net, contraddice proprio la Carta Costituzionale, “perché la famiglia – società naturale fondata sul matrimonio – è naturalmente composta di due genitori che possono procreare e, quindi, dar origine ad una nuova vita. Da questo punto di vista, dunque, il nascituro ha diritto ad avere due genitori e non tre”.

Dunque, dietro l’ordinanza dei giudici milanesi emerge la volontà di scardinare, senza passare dal Parlamento ed evitando la via referendaria, proprio l’istituto della famiglia, trasformando un’aspettativa in diritto, ma senza tutelare il soggetto più debole, ossia il bambino, che si troverebbe ad avere più di due genitori.

I magistrati che hanno rimesso la questione alla Corte costituzionale parlano di incostituzionalità per contrasto della norma sul divieto di fecondazione eterologa, con “il diritto alla realizzazione della vita familiare”. 
E’ una ordinanza di rimessione che, in realtà, contraddice i principi in materia della nostra Carta Costituzionale, perché la famiglia – società naturale fondata sul matrimonio – è naturalmente composta di due genitori che possono procreare e, quindi, dar origine ad una nuova vita. Da questo punto di vista, dunque, il nascituro ha diritto ad avere due genitori e non tre come invece capiterebbe se si ammettesse uno soggetto esterno alla coppia, che possa donare il seme o il gamete che sia.

Questo tipo di intervento potrebbe essere un grimaldello per poter poi scardinare l’istituto della famiglia?
Certo, se la Corte Costituzionale accettasse questa interpretazione, ci troveremmo davanti non più ad un matrimonio e ad una famiglia legati alla società naturale, ma ad una società artificiale, dove in realtà ci sono delle figure estranee alla coppia. Così si minerebbe in radice la famiglia concepita – da sempre – come il pilastro della nostra società.

In questo modo si va ad elevare a diritto un desiderio?
Certamente perché quello che viene qui definito – il diritto alla realizzazione alla vita familiare – non c’è da nessuna parte nella nostra Carta Costituzionale. Significa innalzare desideri, aspettative, bisogni al rango di diritto: ma attenzione, quando questi sentimenti diventano diritti – e qui addirittura dovrebbero essere diritti fondamentali della Carta Costituzionale – questi possono poi prevalere su altri diritti, come quello appunto del bambino, che è tra l’altro il soggetto più fragile.

Questa legge, peraltro sottoposta già a referendum, è stata otto volte rimandata dinanzi ai giudici costituzionali, dal divieto di diagnosi preimpianto sino a contestare il dubbio di legittimità sull’intero testo…
La percezione è che non potendo agire sul Parlamento, si cerchi di agire sull’interprete per eccellenza delle nostre leggi, che è il giudice costituzionale. Questo, però, significa anche trovare un’altra via, fatta spesso di artifizi giuridici non corrispondenti a quello che è stato il comune sentire di quel referendum.