Scenari digitali e nuove forme di presenza della Chiesa

di Chiara Santomiero

ROMA, giovedì, 22 aprile 2010 (ZENIT.org).- Non solo usare “intelligentemente” i media della rete ma anche, in qualche modo “rifondarli”, facendo in modo che tornino ad essere strumenti di relazione vera: a questo si è chiamati “come uomini e come cristiani”, secondo Francesco Casetti, direttore del Dipartimento di Scienze della comunicazione dell’Università cattolica di Milanto, intervenuto giovedì al convegno “Testimoni digitali” in corso a Roma.

“I social network nati con il web 2.0 – ha spiegato Casetti – tendono spesso ad offrire quello che è un puro e semplice contatto”. Quello che conta, è “l’accessibilità, e cioè il raggiungere e l’essere raggiunti”. Basti pensare a Facebook, o anche a Twitter. “Ma un contatto – ha sottolineato Casetti – non esaurisce il senso di una relazione: quest’ultima si basa su una offerta di sé e insieme su un ascolto reciproco”.

Che cosa dà verità alla relazione che il web sembra offrire?

Occorre secondo Casetti “un supplemento di ascolto, corresponsabilità, carità”. In questo i cristiani sono chiamati ad “articolare meglio carità e verità perché questa comunicazione di cui la relazione è il punto di partenza chiede carità”.

“Il soggetto che fruisce della rete – ha proseguito Casetti – non è debole, come siamo abituati a pensarlo, ma più ‘drammaticamente’ impegnato in un quadro relazionale”. Come aiutarlo ad assumersi una responsabilità?

“Tre elementi – afferma Casetti – ci vengono chiesti : una dimensione di gratuità; un ascolto che si apra all’altro in una relazione di intimità, non superficiale; e un senso di fedeltà, di permanenza contro la labilità della permanenza in rete”.

“Nel web 2.0 – ha affermato Michele Sorice, docente di sociologia della comunicazione e media research della Luiss – i rapporti che nascono sono riformulazioni di rapporti già esistenti: essi vengono riallocati nella dimensione di rete”. Due sono i concetti chiave che li caratterizzano: “logica della compartecipazione della conoscenza secondo una relazione paritaria, orizzontale” e “prossimità, parziale ed episodica ma ugualmente significativa”.

Vengono fondate, ha aggiunto, “forme di coinvolgimento sociale che diventa più importante dell’esserci”. Si parla a volte di “disintermediazione; sembra, cioè, che non ci sia più la mediazione operata dai media o dalle agenzie tradizionali come i partiti ma in realtà viene sostituita da una logica di re-intermediazione, intermediazione in rete”.

Questo può portare a una nuova forma della cittadinanza, determinata dall’accesso in rete, nelle sue varie modalità fino all’introduzione di contenuti da parte dello stesso utente. Tuttavia, ha avvertito Sorice, “l’accesso non è ancora la cittadinanza, è un elemento”. L’altro è “l’interazione con il coinvolgimento emotivo che la rete riesce a produrre” cui si collega il rischio “della connessione come illusione di interazione: per cui ciascuno è solo con altri ‘soli’ interconnessi”. Resta tuttavia l’aspetto dell’opportunità: “la rete come stimolo alle relazioni tra i soggetti che anima comunità in cui il coinvolgimento diventi cifra distintiva”.

Per riuscire a parlare di cittadinanza, secondo Sorice: “occorre la partecipazione intesa come possibilità di intervenire non solo nei contenuti, ma anche nel controllo dei processi distributivi delle comunicazione”.

Tutto questo deve essere per la comunità ecclesiale oggetto di approfondimento: “il web che non vogliamo invadere – ha affermato Sorice – ma abitare come spazio del nostro tempo, ci impone la centralità delle nuove forme di comunicazione”.

Per non correre il rischio “di perdere un’occasione storica”, è necessario “aiutare con coraggio il nuovo paesaggio mediale facendoci ibridare dalla logica della comunicazione come compartecipazione e dialogo, e imboccare una strada alla quale non possiamo rinunciare se non vogliamo perdere l’influenza sulle nuove generazioni”.