Famiglia: tagli e nessuna certezza
di Francesco Riccardi
Tratto da Avvenire del 16 luglio 2011

L’abbiamo ingoiata senza fare troppe storie. Anzi, sollecitando perché la somministrazione fosse la più rapida possibile. Ma ora che responsabilmente l’abbiamo assunta dobbiamo chiederci se la medicina contro la crisi del Paese è davvero quella adatta, verificarne le controindicazioni, ritararne le dosi per il futuro.

Questa manovra economica è stata necessitata prima ancora che necessaria. L’attacco speculativo era troppo grave, la situazione troppo insidiosa e incerta, per rischiare ulteriormente non agendo subito. Gli aggiustamenti che erano stati individuati e quelli che potevano nascere da una più ampia collaborazione tra maggioranza e opposizioni, però, sono stati realizzati solo molto parzialmente. Il risultato complessivo più che distribuire in maniera equa i pesi del rigore necessario continua a caricare sulle famiglie e sui ceti medio–bassi l’onere maggiore del risanamento, toccando solo marginalmente i ceti alti e alcune corporazioni. I cittadini pagheranno, già da lunedì, nuovi ticket, i dipendenti pubblici avranno gli stipendi ancora fermi, lavoratori e lavoratrici andranno in pensione sempre più tardi, i pensionati con assegni medi perderanno potere d’acquisto. I vitalizi dei parlamentari che maturano dopo appena 5 anni, invece, non verranno riformati. Mentre sul percorso per la riduzione degli stipendi di deputati e senatori – che dovevano essere ricondotti alla media dei Paesi europei – sono stati piazzati paletti per renderla meno consistente. Ancora, infinitesimale è la diminuzione dei trasferimenti ai partiti. Inutile fare demagogia – non saranno queste voci a colmare il deficit di bilancio – ma certo il confronto stride, e l’esempio dei potenti manca. La riduzione dei “costi della politica” – di funzionamento e più ancora di struttura – non è realizzata. Neppure abbozzata. Come su queste colonne si era avvertito, il Paese avrebbe accettato solo «passi avanti» rispetto alle prime promesse. E invece dobbiamo registrare dietrofront e incertezze che fanno perdere credibilità. Non sono state operate privatizzazioni e le liberalizzazioni riguardano solo quelle (discutibili) degli orari dei negozi. Paradossale che si discuta se questa sia la manovra di un liberale o di un socialista…

È però soprattutto la decisione di inserire nel decreto la «clausola di salvaguardia» – che taglierà del 5% nel 2013 e del 20% dal 2014 tutte le agevolazioni fiscali – a destare allarme e a gettare un’ombra ferale sull’intera manovra. Non si sono compiute scelte, non si è esercitata la responsabilità “politica” di vagliare quali agevolazioni eliminare e quali salvaguardare, mettendo sullo stesso piano di un taglio lineare le spese per il veterinario del gatto e quelle del cardiologo per la nonna, i contributi elargiti ai partiti e le detrazioni per un figlio a carico. Come se tutto fosse uguale. È vero: si tratta di una riduzione per ora potenziale, perché entro 18 mesi può essere esercitata la delega, riformando l’intero sistema fiscale e assistenziale, ed è possibile pure esentare alcune categorie dal taglio. Ma, di fatto, si è ipotecato il futuro delle famiglie, alle quali è stata offerta solo una cambiale, un <+corsivo>pagherò<+tondo> con sopra scritto: «Riforma fiscale». Ora nessuno – nessuno – ha mai preteso che un diverso trattamento fiscale per i familiari a carico si sommasse alle detrazioni esistenti. Ma non si può cancellare o tagliare prima di aver assunto un impegno chiaro su quale sistema si intende adottare per assicurare finalmente un equo trattamento di chi ha familiari a carico, attraverso l’adozione del “fattore famiglia” e poi gradualmente del quoziente, così come solennemente promesso dal governo fino a qualche mese fa. Non ci sono privilegi da rivendicare ma anzitutto un’ingiustizia da sanare, che rappresenta una concausa del calo demografico e dell’impoverimento del nostro tessuto sociale ed economico.

Forse è vero, dopo 60 anni di crescita eccezionale e di eccezionali sperperi, il Paese si trova sul Titanic a navigare tra gli iceberg. Ma chi è al timone – ormai da più di un decennio quasi ininterrottamente – non può sottrarsi alla responsabilità di aver condotto la navigazione, di averne tracciato la rotta, che oggi va corretta. Altri hanno ballato sulle note dell’orchestrina. Non certo le famiglie confinate nella terza classe, per le quali oggi si dice che è finita una festa mai iniziata. Non certo quegli 8 milioni di italiani che sono sotto la soglia della povertà e che, non a caso, ci sono finiti proprio perché hanno più figli a carico o anziani a cui badare.