di Marina Marinetti
Tratto da Il Sussidiario.net il 26 maggio 2011

È ufficiale: andare a lavorare, per le donne, è stata una fregatura. A tutti i livelli.

Lo certifica l’Istat nel suo rapporto annuale “La situazione del Paese nel 2010” appena pubblicato. L’istituto di statistica ha confrontato le condizioni di vita al compimento del quarantesimo anno di età di due generazioni di donne: quelle nate nel 1940 (le attuali settantenni, che hanno trascorso infanzia e adolescenza nel secondo dopoguerra) e quelle nate nel 1970 (attualmente quarantenni nate in pieno baby-bust). E cosa ha scoperto? Che quell’incessante, persistente e ipnotico “figlia mia, devi essere indipendente” al cui grido la generazione del dopoguerra hanno allevato le proprie figlie è tornato al mittente. Con gli interessi.

Le “casalinghe disperate” nate negli anni ’40, che dipendevano dai guadagni dei mariti, senza neppure bisogno di mettersi d’accordo fra loro hanno, tutte, deciso di evitare alle figlie un destino altrettanto meschino. E quindi hanno sistematicamente esortato le loro bimbe, nate negli anni ’70, ad essere autonome e indipendenti, a studiare o, comunque, ad avere un lavoro che garantisse loro l’agognata indipendenza economica dall’uomo. Non hanno considerato che i soldi non sono tutto nella vita. E che la famiglia, nella sua accezione più tradizionale, mal si concilia con le esigenze lavorative. Ma soprattutto non avrebbero mai immaginato cosa sarebbe successo. Perché liberando le figlie dalla “schiavitù” del focolare le hanno date in pasto a un nemico che non fa prigionieri: il mondo del lavoro.

Il dubbio che a un certo punto qualcuno, ai piani alti, abbia intuito che con la scusa dell’indipendenza femminile si potessero rimpiazzare le famiglie monoreddito mandando entrambi i coniugi a lavorare per l’equivalente di un solo stipendio è forte. Perché altrimenti non si spiega com’è che lavorando in due la situazione non sia affatto migliorata, anzi.

Oggi le donne si trovano a doversi portare in giro, oltre alla propria femminilità, anche quegli “attributi”, chiamiamoli così, indispensabili per non farsi schiacciare da una classe dirigente che è sempre stata, e continua ad essere, declinata quasi esclusivamente al maschile. Le eccezioni non mancano, certo. Ma si tratta, appunto, di eccezioni. Spesso, nei ruoli più in vista, dovute a questioni di casta, non di rado familiare.

Come sono andate le cose? Citiamo testualmente il rapporto Istat: “La crisi ha aggravato i problemi strutturali relativi dell’occupazione femminile. Sono aumentati i fenomeni di segregazione verticale e orizzontale e sono cresciuti i problemi di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro”. Tradotto significa che le donne sono sempre più relegate a ruoli di “bassa manovalanza”, nonostante il titolo di studio. Non solo: l’Istat conferma, ancora una volta, una disparità salariale tra uomini e donne che non ha ragion d’essere: perché mai, ci chiediamo, in media la retribuzione netta mensile delle dipendenti è inferiore di circa il 20 per cento a quella degli uomini? Evidentemente alle imprese piace risparmiare così.

Se guadagnano di meno, in compenso le donne lavorano di più. Citiamo ancora l’Istat: “Accanto alla maggiore difficoltà delle donne rispetto agli uomini sul mercato del lavoro, in termini di minori opportunità e più elevata vulnerabilità, si rileva anche uno squilibrio nella distribuzione dei carichi di lavoro complessivi”. Un vecchio vizio del Belpaese: “Nell’arco di venti anni, dalla prima indagine dell’Istat che si è occupata dei bilanci di tempo delle donne e degli uomini, le problematiche sono rimaste sostanzialmente le stesse. Avere un lavoro e dei figli per una donna si traduce in un elevato sovraccarico di lavoro di cura che permane per tutto il corso della vita”. Prendendo in considerazione le coppie nelle quali la donna ha tra i 25 e i 44 anni, in un giorno medio settimanale la donna lavora 53 minuti in più del suo partner. Se poi ci sono figli, il divario nelle ore di lavoro totale cresce (+1h02’). Non che sia il caso di farne una tragedia, ma in una settimana fa quasi una giornata di lavoro in più. Senza contare le “grandi manovre” tipiche del weekend, quando si concentrano i lavori pesanti: spesa da fare, lenzuola da cambiare, pavimenti da pulire. “Il sovraccarico di lavoro per le donne si affianca a un’elevata asimmetria dei ruoli nella coppia – spiega l’Istat – Nel 2008-2009, l’indice di asimmetria del lavoro familiare ossia quanta parte del tempo dedicato da entrambi i partner al lavoro domestico, di cura e di acquisti di beni e servizi è svolto dalle donne, indica che il 76, 2 per cento del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne, valore poco più basso di quello registrato nel 2002-2003 (77, 6 per cento)”. In sei anni, quanto tempo libero in più hanno guadagnato le donne? L’Istat ha calcolato anche questo: quindici minuti. E non perché i maschi siano corsi in loro aiuto: perché, spiega l’Istat, le donne si sono ingegnate con “strategie di contenimento” del lavoro domestico.

Se l’asimmetria dei ruoli comincia in casa, non possiamo certo pretendere che fuori, sul luogo di lavoro, le cose stiano diversamente: i soggetti, d’altra parte, sono sempre gli stessi, a cambiare è solo il luogo in cui si trovano.

Ma il nocciolo della questione, al quale le mamme delle attuali quarantenni, pur sapendolo, evidentemente non hanno dato il giusto peso è che lavorare e fare figli sono due cose che mal si conciliano fra loro. Da un lato perché, come evidenzia l’Istat, il 15% delle lavoratrici, volente o nolente, alla nascita di un figlio molla il posto. E non sempre per libera scelta: l’8, 7%, sempre per l’Istat, viene, di fatto, messa in condizione di dare le dimissioni. Così, col passare degli anni, le donne hanno capito che dovevano scegliere: o i figli, o la carriera. Anzi, il lavoro. Se quindi a 40 anni le donne nate nel 1940 avevano già 2 figli, quelle nate nel 1970 ne hanno 1, 4. Si tratta di medie, ovviamente. E il primo figlio, oggi, arriva quando, ingenuamente, si pensa che la carriera lo permetta: sempre più tardi. A 30 anni per le attuali quarantenni, a 25 per le loro madri. In termini di energia fisica a disposizione, fa una bella differenza. La conseguenza? “Un maggior numero di donne delle generazioni più recenti, quindi, una volta divenute anziane, non avrà figli che potranno prendersi cura di loro”. In compenso, a causa del progressivo invecchiamento demografico, avranno più persone di cui prendersi cura: non solo i figli (e i mariti), ma anche i genitori. Un tempo, prima ci si dedicava ai figli e, una volta divenuti autonomi questi, ai genitori anziani. Invece le quarantenni che, inseguendo il miraggio del posto fisso, o della carriera, hanno rimandato la propria maternità, nei prossimi anni si troveranno a dover affrontare quasi contemporaneamente il carico dei propri figli e quello dei propri genitori anziani: “le donne che oggi hanno 40 anni – si legge nel rapporto Istat – possono aspettarsi di condividere circa 22 anni della loro vita con almeno un genitore anziano, dieci anni in più rispetto alle donne del 1940”.

Non è tutto: “Se si considera che, attualmente, circa il 62 per cento delle quarantenni ha un’occupazione, contro il 30 per cento delle nate nel 1940, è evidente come il carico di lavoro familiare sulle donne, che da decenni i dati sui bilanci di tempo continuano a mostrare praticamente inalterato, diventi sempre più difficile da sostenere”.

Perché è vero che molte possono contare su supernonne che portano i loro figli a scuola, ai giardinetti, e li accudiscono fino al loro rientro dal lavoro, ma è anche vero che si tratta pur sempre donne anziane, e nonostante tutta la loro buona volontà, è impensabile pensare che reggano in eterno i ritmi imposti da questa parità dei sessi forzata dalla crisi. Certo, i figli crescono velocemente, ma le nonne invecchiano ancor più in fretta. E, a loro volta, grazie a una sempre maggiore longevità della popolazione, spesso hanno ancora almeno un genitore anziano da assistere.

La ciliegina sulla torta? L’innalzamento dell’età pensionabile. Ovvero, secondo l’Istat, la futura penuria di nonne su cui contare “mettendo definitivamente in crisi un modello di welfare che fa affidamento sull’aiuto vicendevole tra generazioni di madri e di figlie, e sul lavoro non retribuito fornito soprattutto dalle donne”.

Cosa faranno le donne di domani? La soluzione, forse, ce la fornisce proprio la crisi. Che ha fatto arrendere all’evidenza le ragazze di oggi: è inutile studiare, perché tanto non si fa carriera, ed è altrettanto inutile cercare lavoro, perché tanto non si trova. Così oggi una giovane donna su quattro non lavora e non studia. In gergo sociologico, è una Neet: Not in education, employment or training. Sono poco più di 2, 1 milioni, in costante aumento (+6, 8%). Sono senza speranza o hanno capito tutto?