(Intervista a Claudio Risé, di Rodolfo Casadei, da “Tempi”, 27 marzo 2013, www.tempi.it)

Claudio Risé, psicanalista junghiano, è autore di Cannabis. Come perdere la testa e a volte la vita (San Paolo, 2007). A lui ci siamo rivolti per commentare la rinnovata penetrazione delle tendenze antiproibizioniste in Italia e negli Stati Uniti in relazione alle cosiddette “droghe leggere”.

Professore, stando al codice di comportamento dei suoi deputati, il Movimento 5 Stelle dovrebbe presentare una proposta di legge dal titolo “Legalizziamo, tassiamo, e (con i suoi proventi) disincentiviamo l’uso e la vendita delle droghe!”, inteso da molti come un via libera alle droghe cosiddette “leggere”. Cosa ne pensa?
L’espressione “droghe leggere” non ha alcun significato scientifico da almeno dieci anni.
La cannabis non lo è, lo ha spiegato a più riprese l’Istituto superiore di Sanità nei suoi documenti.
Preoccupazione per la sua diffusione esprimono puntualmente l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) e l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, che a proposito dell’Italia propone dati allarmanti: il nostro paese fra il 2001 e il 2008 ha registrato il massimo incremento di consumatori in Europa, passando dal 9,2 al 20,3 per cento nelle persone fra i 15 e i 34 anni.
I costi sociali di ciò sono altissimi e colpiscono le fasce più deboli della popolazione.

Negli Stati Uniti 19 stati hanno già legalizzato la cannabis per uso medico, due (Colorado e Washington) l’hanno legalizzata anche per uso ricreativo dopo referendum popolare e il Colorado ha iniziato la settimana scorsa l’iter legislativo che porterà alla prima legislazione antiproibizionista in piena regola. Cosa sta succedendo, secondo lei?
Gli Stati Uniti vengono da un lungo periodo di meticolosa lotta alla cannabis, considerata come la base su cui si innesta il consumo di altre droghe, comprese quelle legali come l’alcol.
Durante la presidenza Bush il consumo è diminuito del 20 per cento e nei primi anni di amministrazione Obama il trend al ribasso è continuato.
Ritengo inutile opporsi all’uso clinico della cannabis per certe malattie, fatto salvo che in alcuni casi ci si è trovati di fronte a strumentalizzazioni che miravano ad altro.
Credo che dobbiamo preoccuparci più per l’Italia che per gli Stati Uniti. La comunità scientifica sa che la cannabis fa male, che ha conseguenze dannose sul cervello, alimenta disturbi psichici gravi e danneggia organi vitali. Ma la popolazione non è stata informata. L’Italia è l’unico grande paese europeo che non ha fatto campagne di informazione serie sulla cannabis, la droga più utilizzata. Penso che i divieti di legge relativi alle droghe aiutano a tenere bassa la percentuale dei consumatori, mentre l’assenza di divieti la farebbe aumentare. Ma i proibizionisti fanno troppo poco sul fronte dell’informazione.

Cosa muove il movimento antiproibizionista? L’ignoranza circa gli effetti della cannabis, una posizione ideologico-antropologica o altri interessi poco nobili?
Tutte e tre le cose, direi. Che però ritroviamo anche nel campo proibizionista. Ma credo che dei tre fattori quello più inquietante siano gli interessi poco nobili. Da una parte e dall’altra ci sono persone in buona fede e in malafede, persone che sostengono la loro posizione con motivazioni superficiali e persone mosse da interessi poco nobili che si approfittano di loro.
La mancanza di informazione sulla dannosità delle droghe è funzionale sia a chi vorrebbe rincretinire la popolazione per controllarla meglio, sia a chi, in regime di proibizionismo, si arricchisce con attività criminali di narcotraffico.