di Marina Corradi da Avvenire

Ai giovani servono misure alte

Educare, cos’è? È suscitare la pas­sione dell’io per ciò che lo cir­conda: per l’altro, dunque, per il `tu`; per gli uomini, per Dio – dice il Pa­pa. Educare, è un coltivare il deside­rio che ci spinge verso il reale. È, in fondo, un contagio di passione per l’uomo. Quella passione, dice il Pa­pa, che dobbiamo risvegliare fra noi. Nell’Aula del Sinodo Benedetto XVI parla ai vescovi italiani in assemblea generale. Due anni sono passati da quando denunciò la profondità del­la `emergenza educativa`. Oggi la Cei mette al centro della pastorale della Chiesa italiana dei prossimi dieci an­ni l’educazione. (Come chi, davanti a una casa che sembra instabile, de­cida di mettere mano alle fonda­menta; a ciò che sta sotto, a ciò che viene prima).

E simmetricamente Benedetto, in un discorso che è lezione magistrale e augurio, va alle radici di quella diffi­coltà opaca, che però chi ha dei figli conosce. Quella strana resistenza a trasmettere ciò che abbiamo di buo­no, e prima di tutto il senso del vive­re; come se qualcosa confusamente ci remasse contro, come se l’anello fra generazioni fosse incrinato. Che cosa è stato, a infrangere una tra­smissione, di padre in figlio, antica, così che i padri balbettano, e i figli sembrano spesso incapaci di conti­nuarne la storia? Per Benedetto XVI – ma ci verrebbe da dire per il pro­fessor Ratzinger, tale è la lucidità del­l’analisi pure in poche righe – le ra­dici di questo male oscuro sono due. Primo, «una falsa idea di autonomia dell’uomo», come di un «io comple­to in se stesso»; secondo, «la esclu­sione delle due fonti che da sempre orientano il cammino umano»: na­tura e Rivelazione. Se la natura non è più creazione di Dio, e la Rivela­zione è soltanto figura di un remoto passato, vacillano gli architravi su cui poggia l’Occidente. E non c’è da stu­pirsi se, in questo humus ereditato, i figli disorientati cercano, senza tro­varli, una direzione, e degli argini, co­me un fiume smarritosi sulla strada del mare.

Ma qui il professor Ratzinger passa la mano al padre: e sollecita a ritro­vare la passione dell’educare. A libe­rare l’io dalla gabbia della fasulla au­tonomia in cui la modernità l’ha chiuso, e a spingerlo di nuovo al suo destino. Che è altro da sé: è la faccia, per prima, della madre, e poi i mille volti dell’altro, e quel Dio che sta die­tro quei volti, e domanda di essere liberamente riconosciuto. E no, «non è una didattica, o una tecnica», edu­care: è abitare famiglie, scuole, par­rocchie dove si incontrino facce cre­dibili nell’annunciare che c’è un de­stino per ognuno, ed è buono.

Poi, la lezione di Benedetto si fa an­cora più audace. Torniamo, dice, «a proporre ai figli la misura alta e tra­scendente della vita, intesa come vo­cazione ». Vocazione al matrimonio come al sacerdozio; `vocazione`, co­munque, a significare che la vita è ri­sposta a una chiamata, è adesione a un disegno non nostro. E certo, que­sta è l’antica visione della Chiesa; ma provate, oggi, in un crocchio di ra­gazzi fuori da una scuola, ad affer­mare che la vita non è «autorealiz­zazione » ma vocazione, adesione al disegno di Dio su ciascuno. Tanti vi guarderebbero come dei poveri fol­li; perché, cresciuti nella idea del­l’uomo «come un io completo in se stesso», sono magari generosi, entu­siasti, altruisti; e però in un espan­dersi, comunque, di un io che si con­cepisce come origine e orizzonte di ogni gesto. Poche cose sono lontane da noi, gente del terzo millennio, co­me la parola `vocazione`; come l’i­dea che la felicità possa essere nell’a­desione ai piani di un Altro.

Eppure, non è forse proprio questo il nodo più profondo della opaca fa­tica di educare? Siamo `nostri`, o ap­parteniamo a un Padre? Siamo mo­nadi proprietarie di sé, o figli, e fra­telli, chiamati insieme a un destino? La sfida accolta dalla Chiesa italiana nel mettere davanti a tutto, per die­ci anni, l’educazione, è grande. A questa Chiesa il Papa indica un oriz­zonte radicale. Educare cristiana­mente è testimoniare ai figli, nella dittatura dell’io, nel trionfo orgo­glioso dell’umana scienza e potenza: bambino, tu sei di Dio, e quella feli­cità che fin dai primi passi insegui e cerchi – come a tentoni, ostinata­mente – abita, davvero, solo in Lui.