Riconoscere il male è un problema morale di tutti, non solo di chi crede
di Mauro Cozzoli
Tratto da Avvenire del 6 febbraio 2011

«La società e le Istituzioni pubbliche ritrovino la loro ‘anima’, le loro radici spirituali e morali, per dare nuova consistenza ai valori etici e giuridici di riferimento e quindi all’azione pratica», ha ammonito il Papa nel discorso rivolto recentemente agli agenti della Polizia di Stato in servizio a Roma, con esplicito intento di porre in primo piano la dimensione spirituale e morale della persona e dei suoi comportamenti, nella sfera pubblica in particolare. C’è un tendenziale slittamento, nella cultura odierna, a una perdita di rilevanza etica del volere e dell’operare, e di conseguenza a una considerazione meramente legale del male compiuto. Espressione di una considerazione manierata e procedurale del male. Così che questo non ha consistenza in sé ma in relazione a convenzioni formali come la sua appariscenza e accertabilità all’esterno, la sua rilevanza penale, la competenza o meno di un organo inquirente a rilevarlo e denunciarlo o di un tribunale a giudicarlo. È la riduzione del male alla sua rilevanza giuridica (laddove e nella misura in cui questa c’è) e alle abilità procedurali di dribblarlo, minimizzarlo, liquefarlo. Così che laddove il male si consuma senza apparire fuori ed essere rilevato e denunciato e laddove un apparato difensivo riesce a pararlo e stemperalo, esso semplicemente non c’è: non è successo nulla. Che significa: nulla di penalmente rilevante. Ma il male non comincia fuori, non è tutto e solo nelle sue manifestazioni, non coincide con la sua certificazione all’esterno, non ha consistenza primariamente penale. Il male volontariamente compiuto ha consistenza e valenza prima di tutto spirituale e morale.

Questo vuol dire che inerisce alla persona, alla coscienza della persona, dequalificandola moralmente. Così che esso non sta e cade con la sua rilevanza e rilevabilità ‘fuori’, ma con la libertà interiore di volerlo e di compierlo.

Passa di qui la differenza tra reato e peccato. Il primo è un male ‘fuori’, legato alla configurazione e prescrizione giuridica di esso a opera dello Stato e alla possibilità di questo di rilevarlo e denunciarlo. Il secondo è il male morale, la contraddizione di un valore umano, legato alla bontà e all’onestà della persona, che quella contraddizione inficia e svilisce. Con la differenza che il reato spinge alla rimozione, il peccato muove alla conversione. È solo a condizione di riconoscere il male compiuto e di attribuirselo come male, che scatta il pentimento e il proposito di superarlo. È ciò che fa la coscienza del peccato. Questa si fa giudicare dal bene conculcato e, da ultimo, dal Sommo Bene, ne assume le responsabilità e attiva un cammino di riconciliazione e di superamento. Diversamente il male si ripete, indifferentemente: finendo con l’aggiogare, dentro, le coscienze e, fuori, la società e le istituzioni. E invece assistiamo oggi a una rimozione culturale del peccato. Il peccato non è una categoria primariamente religiosa ma etica. Non esiste un’etica senza peccato, per la quale il bene e il male si equivalgono. Il peccato è il male morale, la negazione di fatto di un bene della persona; che nessuna dissimulazione può cancellare, ma solo la volontà di pentimento, di conversione e riconciliazione che la sua coscienza e confessione attivano. È per questo che la perdita di senso del peccato non rappresenta un fatto evolutivo, ma involutivo delle persone e della società. Siamo richiamati dal Papa a ristabilire nella vita personale e sociale il primato dello spirito e della morale, e con esso a ritrovare il senso del peccato, per un superamento effettivo e radicale del male in noi e attorno a noi.