Il passato, l’oggi e la sfida del futuro
di Giuseppe Pennisi
Tratto da Avvenire dell’8 febbraio 2011

Da quindici anni, l’Italia è piatta: il tasso di crescita del Pil è rasoterra. Siamo l’unico Paese del G7 in cui dal 2001 al 2010 il reddito procapite ha segnato una riduzione dello 0, 4% rispetto ad aumenti dell’1% in quasi tutti gli altri. Le prospettive per l’avvenire, poi, non sono incoraggianti. Venerdì scorso, venti istituti econometrici internazionali hanno stimato una crescita media attorno all’1, 5% per l’eurozona nei prossimi ventiquattro mesi, ma non superiore all’1% per l’Italia. Ora il Piano nazionale di riforme (Pnr) varato dal governo a fine 2010 (e all’esame dell’Ue in aprile) propone un programma di liberalizzazioni per portare al 2% il tasso di crescita entro 2013. In realtà i primi passi – con le ulteriori concessioni all’oligopolio dei taxi – non sono stati compiuti nella direzione indicata nel Pnr, ma la decisione di imprimere un’accelerata alla crescita sembra portare a riforme, anche costituzionali, che rendano fattibili liberalizzazioni (e vantaggi per i consumatori) là dove più sono necessarie: al livello degli enti locali. Sarebbe un’illusione, però, pensare che i ‘lacci e i lacciuoli’ siano il vincolo principale alla crescita.

Le diagnosi sull’appiattimento e il declino, infatti, tengono conto di determinanti importanti – le restrizioni finanziarie per entrare nell’euro, la recessione internazionale – ma non della principale: la mancanza di una politica per la famiglia che ha portato a riduzione della natalità, invecchiamento delle popolazione, contenimento dei consumi familiari, scelte d’investimento molto prudenziali. Oggi con il 14% degli italiani in età scolare, e il 20% ultra65enne, solo due terzi della popolazione è in età da lavoro e l’età media del lavoratore italiano supera i 45 anni. Se le tendenze in atto non muteranno – e in demografia il cambiamento richiede tempi lunghi – nel 2050 meno del 14% della popolazione sarà in età scolare e il 34% circa avrà più di 65 anni. Per fare un confronto, nel periodo del ‘miracolo economico’, il 24% degli italiani era in età scolare e appena il 9% aveva superato i 65 anni.

Due studiosi – uno americano di scuola liberal­liberista, Charles Kindleberger, e uno ungherese, rigorosamente marxista, Ferenc Jannossy – esaminando negli anni 70 le determinanti del miracolo economico italiano giunsero alla medesima conclusione: a determinarlo furono una forza lavoro giovane e ben preparata, assieme a una famiglia coesa e forte non solo come rete di sicurezza ma come nucleo in cui veniva sviluppata l’etica del lavoro (e l’etica più in generale). Sia Kindleberger sia Janossy arrivarono a risultati analoghi per un altro ‘miracolo economico’, quello del Giappone, un Paese da 15 anni in ristagno a ragione dell’invecchiamento. Tanto in Italia quanto in Giappone – aggiungevano i due studiosi – la famiglia era pure il principale elemento di controllo sociale su scuola e università.

Dalla fine degli anni 60, però, quel poco che c’era, in Italia, di politica per la famiglia è stato via via sbriciolato (svuotando perfino le poste di bilancio per gli assegni familiari per finanziare le pensioni di anzianità). La famiglia si è di fatto indebolita, diventando più precaria (anche se la si descrive con lessico espansivo ‘multipla’ e ‘allargata’). Ha perso il ruolo che aveva in molti comparti. Primo tra tutti la scuola, leva della buona preparazione della forza lavoro giovane, motore della crescita, anzi del ‘miracolo’. Nonostante i miglioramenti nell’ultimo lustro, gli studenti italiani di 15 anni d’età, nel 2009 erano ventiquattresimi in classifica (su 30 Paesi Ocse) nell’indice aggregato del test Pisa di comprensione di lettura, di scienze e di matematica. L’analisi Ocse precisa che una delle cause è da attribuirsi al diminuito ruolo della famiglia nell’istruzione. Nel mettere a punto una strategia di crescita, dunque, occorre fare attenzione a non soffermarsi sulle determinanti secondarie tralasciando la principale.