Aborto. Agnoli: «C’è una cultura che ha paura della realtà»
di Stefano Andrini
Tratto da Avvenire – Bologna 7 di domenica 30 gennaio 2011

«La cultura italiana ha un grande paura della vita. Perché ha il terrore di vedere la realtà. Il che vorrebbe dire ammettere i propri errori e soprattutto ripensare un modello personale e di società. E questo sicuramente non piace ai padroni del pensiero». Lo afferma lo scrittore e giornalista Francesco Agnoli.

Come è cambiato l’approccio dei cattolici sul tema della vita?
Da una parte in meglio: il referendum sulla legge 40 ha risvegliato l’interesse per la bioetica che, grazie a «E’ vita» e al «Foglio», ha ritrovato una nuova dignità. Ma c’è anche un’evoluzione negativa. Si deve purtroppo osservare che la «194» è ormai entrata nella mentalità comune. Contestare la legge è oggi ancora più difficile che in passato, anche per i cattolici.

Che interesse hanno i giovani nei confronti delle priorità suggerite dalla Chiesa?
I giovani sono nella stragrande maggioranza pregiudizialmente avversi alla dottrina della Chiesa. Questo è dovuto al fatto che non hanno incontrato nessuno che gliel’ha spiegata. Quando dico nessuno penso ai loro familiari che si dicono cattolici, agli insegnanti di Religione, talvolta agli stessi sacerdoti. È anche vero che basta un niente, un’ora di racconto, perché cambino prospettiva.

Una bella provocazione per gli adulti…
Sul valore della vita come cattolici siamo frenati da timori, paura, vergogna, perché ovviamente all’inizio c’è sempre uno scontro. All’inizio devi sfidare un luogo comune che è tenace, che è più forte, però ci metti poco a bucarlo. Bisogna però partire.

In questo scenario quali forme può assumere la mobilitazione pro life del futuro prossimo?
Ci vuole una produzione scientifica che manca. Bisognava quantomeno tradurre i testi medici e psichiatrici americani e farlo sapere alla gente che c’è il dramma del post aborto. Poi bisogna intraprendere la strada della divulgazione. E qui bisogna essere sintetici e usare strumenti agili come youtube. Infine non può mancare il livello pubblico: una marcia per la vita dei giovani c’è in tutta Europa. Noi siamo l’unico Paese che non ce l’ha. Basti pensare che dove si fa campagna capillare, anche senza cambiare le leggi, l’aborto crolla vertiginosamente.

Sulla tematica della vita si è aperta una breccia nel dialogo tra cattolici e laici. Come la giudica?
Penso che la bioetica possa essere terreno di dialogo tra laici onesti e cattolici. Certo, questo è possibile a patto che i laci in questione non siano dogmatici e ottusi. Perché la bioetica significa contatto con la realtà. Si parla di embrioni, di sangue, di vita, di utero e quindi non c’è proprio nulla di ideologico, c’è proprio la vita.

Ci sono infatti alcuni personaggi come Ferrara, la Roccella, Galli Della Loggia che hanno posizioni simili alle nostre. Per quale motivo?
Si rendono conto che una società nella quale in trent’anni separazioni e divorzi si sono quintuplicati e le ragazzette di 16, 17 anni abortiscono, non è più umana. Mi è capitato di incontrare femministe arrabbiatissime che hanno ammesso di avere ucciso il figlio quando potevano averlo e rimpiangono di non averlo ora che lo vorrebbero avere. Non sono tantissime queste persone oneste perché, in una società dove si è perso il senso del peccato, fare un «mea culpa» e ripartire è molto difficile.