Un arresto dopo l’attacco a tre edifici sacri a Giava I vescovi: «Minoranze lasciate senza protezione» • La comunità teme ora che gli assalti siano il preludio di una campagna di aggressione dei fondamentalisti islamici
di Stefano Vecchia
Tratto da Avvenire del 10 febbraio 2011

Tensione in Indonesia dopo l’incendio di due edifici religiosi cristiani e la devastazione di una chiesa cattolica, seguiti martedì alla sen­tenza di condanna a cinque anni di carcere (rite­nuta mite dai fondamentalisti islamici) per blasfe­mia da parte di un tribunale di Temanggung (Gia­va) contro un predicatore e scrittore cristiano. Po­lizia schierata a presidiare i luoghi di culto e rea­zione di condanna quasi unanime delle violenze da parte della politica, della società civile e delle fedi, ma il timore di molti è che questo fatto, come pure il massacro domenica di tre esponenti della setta di origine islamica degli ahmadi, possano pre­cludere a una campagna di aggressione verso le mi­noranze nel grande Paese musul­mano.

L’incapacità delle forze dell’ordine di prevenire le violenze, certamen­te pianificate, chiama in causa di­rettamente il governo del presiden­te Susilo Bambang Yudhoyono, che deve fare i conti con la componen­te islamista della sua stessa mag­gioranza di governo. Yudhoyono ha chiesto ieri ai responsabili dell’or­dine pubblico e delle forze armate di vigilare ed operare per difendere la libertà di pratica religiosa, ma senza puntare il dito contro alcuno.

Un uomo, sospettato di essere uno degli organiz­zatori delle violenze è stato arrestato ma sulla sua identità, come sulla sospetta appartenenza al mo­vimento del Fronte per la difesa dell’islam è sceso il silenzio. Mentre c’è chi chiede le dimissioni del ministro per gli Affari religiosi, Suryadharma Ali, ritenuto connivente con gli estremisti dopo avere ostacolato una revisione della legge sulla blasfemia e per avere emesso nel 2008 un decreto restrittivo verso la setta degli ahmadi, il presidente della Com­missione per il Dialogo interreligioso della Confe­renza episcopale dell’indonesia, monsignor Petrus Canisius Mandagi, ha ricordato come le minoran­ze «sono state lasciate senza alcuna protezione dal­lo Stato». Il prelato ha chiesto «un’azione decisa» per fermare le violenze ma insieme ha invitato i cri­stiani a non cadere nella trappola della vendetta.

Ci sono aspetti, infatti, nei fatti di Temanggung che chiamano in causa l’aggressività di alcuni elemen­ti fondamentalisti cristiani. Come ricordato ieri al­l’agenzia Fides da padre Benny Suseyto, Segretario esecutivo della Commissione per il dialogo inter­religioso della Conferenza episcopale indonesia­na, «si tratta di predicatori spesso improvvisati, di denominazione evangelista e pentecostale, che non hanno rispetto per le altre religioni. La loro predi­cazione e il loro linguaggio generano fra la popo­lazione, rabbia e odio». Per padre Susetyo, questo atteggia­mento e alla base dei fatti di Te­manggung. Antonius Richmond Bawengan, il cristiano accusato e condannato per blasfemia,  ha avu­to pochi scrupoli nel diffondere ma­teriale offensivo per i musulmani. Un’occasione da cogliere al volo per gli estremisti che costituiscono l’al­tra faccia, minoritaria ma aggressi­va, dell’islam indonesiano. «Sono entrambi piccoli gruppi – ricorda padre Susetyo – ma quando i fana­tismi si scontrano, tutti ne fanno le spese».

In ogni caso, conclude il sacerdote, «il governo non fa nulla per fermare questi diversi estremismi, per proteggere i diritti umani e tutelare l’ideologia Pan­casila (Cinque Princìpi) che è alla base della con­vivenza pacifica fra le religioni».

A rendere ancora più tesa la situazione nel Paese, si apre oggi a Giacarta il processo a Abu Bakr Ba’ay­sir, a capo per lungo tempo dell’organizzazione ra­dicale Jemaah Islamiya, collegata ad al-Qaeda. Già passato attraverso diverse vicende giudiziarie per la sua attività estremista, Ba’asyir, affronta ora un giudizio per terrorismo che potrebbe finire con la condanna alla pena capitale.