La neo madre nel Salernitano: «Era il sogno della mia vita». Il fenomeno dilaga. E con i figli in provetta le nascite gemellari in aumento del 50%
di Manila Alfano
Tratto da Il Giornale del 19 settembre 2011

Le mamme-nonne sono una scoperta tutta italiana. La prima era stata Liliana Cantadori. Aveva 61 anni quando mise al mondo un bel maschietto. Un «miracolo ginecologico» operato dal dottor Flamigni di Bologna grazie all’ovondazione e alla fecondazione in provetta. Era il 1993. Una rivoluzione. L’anno dopo è la volta di Rosanna Della Corte: mamma a 63 anni. Record storico. Un paio d’anni dopo uno studio americano dimostra che queste gravidanze si concludono spesso felicemente. Che ne nascituri ne madri sarebbero a rischio. Ma basta uno studio per risolvere la questione? Oggi è il boom delle mamme- nonne.

Da un lato c’è la scienza, la tecnologia che appoggia e sorregge, che garantisce, incoraggia, dall’altro il desiderio di maternità senza limiti di tempo. Il tema divide e fa discutere. Chi è contro si scaglia anche sulle mamme vip, colpevoli di promuovere il mito della fertilità anziana, come Gianna Nannini, madre a 54 anni.

L’ultima mamma-nonna è di Salerno, ha 57 anni e stringe a sè le sue gemelline, Karola Pia e Adriana Cristina. Le bambine stanno bene, ma è stata una gravidanza difficile. «Ho coronato il sogno della mia vita lottando con mio marito per avere un figlio e alla fine ce l’abbiamo fatta», ha detto lei ancora commossa. La donna, salernitana, medico di professione come il marito, presentava una gravidanza molto difficile perché complicata da ipertensione, diabete e presenza di un grosso fibroma, ma alla fine la loro è una storia a lieto fine.

Ma le mamme-nonne sono sempre di più nel nostro Paese. E non sempre si è pronti ad affrontare la situazione. Il Tribunale per i Minori di Torino ha dichiarato «adottabile» una bimba di un anno e mezzo togliendola ai suoi genitori naturali perché troppo anziani. Il padre ha 70 anni e la madre 57. Troppo vecchi per allevare un bambino? Quarantadue anni, 11 mesi e 29 giorni: è questo il limite d’età che le regioni vogliono porre come soglia di accesso per le donne che intendono sottoporsi a trattamenti di procreazione assistita rimborsati dal Servizio sanitario nazionale. In pratica, allo scoccare dei 43, una donna sarebbe automaticamente out, fuori target.

Un’iniziativa che si inserisce proprio in un momento in cui si fanno sempre più accese le polemiche per le gravidanze mature, ma che suscita alcune perplessità nei medici. «L’idea è di uniformare i criteri di accesso in tutte le regioni – spiega Stefano Marson, del coordinamento tecnico interregionale della commissione Salute – perché ora alcune hanno posto dei limiti e altre no». Come dimostra la delibera della regione Veneto che a giugno ha «esteso» la possibilità di fare i trattamenti a carico del sistema nazionale sanitario anche alle donne fino a 50 anni, e per gli uomini fino a 65 anni».

Ma stabilire per legge l’età di accesso alla fecondazione assistita non trova tutti concordi e divide anche i medici. E i genitori maturi sono sempre più numerosi in Italia. È diventata una questione di calcolo, di programmazione, di opportunità. Le coppie giovani aspettano a fare figli. C’è il lavoro a cui pensare, un contratto a tempo determinato che pesa, che crea incertezza, voglia di aspettare il momento giusto, di essere pronti. Poi si arriva alla corsa per un figlio, all’inseminazione artificiale, a tutti i costi. E non è un caso che negli ultimi anni sono praticamente raddoppiati i parti gemellari. Spesso si fugge via dall’Italia, si va in altri Paesi più elastici, con meno restrizioni, come la Spagna, la Romania. È lì che si può sognare di diventare mamma.