di Gianfranco Amato
Tratto dal sito Cultura Cattolica.it il 28 gennaio 2011

Mackenzie Jarvis è una bambina di due anni che vive a Sheffield in Gran Bretagna, e che un giorno potrebbe diventare madre del figlio di sua madre, cioè del proprio fratellastro o della propria sorellastra.

Non si tratta di perversa fantascienza, ma di allucinante realtà.

Penny Jarvis, la madre venticinquenne di Mackenzie, intende infatti congelare i propri ovociti per farli impiantare, una volta fecondati dal futuro genero, nell’utero della figlia. Il motivo di questa surreale decisione risiede nel fatto che la piccola soffre di una particolare patologia – la sindrome di Turner – che tra i vari effetti invalidanti prevede anche quello della sterilità. A causa di quella sindrome, tra l’altro, Mackenzie deve assumere una dose giornaliera di ormoni della crescita, e soffre di sordità. E’ una bimba che deve essere accudita a tempo pieno, ed il cui futuro esistenziale si prospetta alquanto difficile.

Ciò nonostante, la signora Penny Jarvis pare essere ossessionata dall’idea che la propria figlia non possa vivere un giorno l’esperienza della maternità biologica, e che a lei possa essere negato il diritto alla continuità di questo nuovo idolo chiamato acido desossiribonucleico (DNA). E per questo la Jarvis è disposta a diventare madre del proprio nipote: «E’ bello sapere che se Mackenzie avrà un figlio attraverso i miei ovociti, il bimbo potrà condividere il suo patrimonio genetico, ed avrà dentro di sé una parte di lei». Che non si tratti, poi, del semplice desiderio di diventare nonna, lo dimostra il fatto che Penny Jarvis oltre a Mackenzie, ha altri tre figli, Morgan, di sei anni, i gemelli William e Abigail, di tre anni, e Jaymie-Leigh nata da cinque mesi.

L’intenzione reale di Penny Jarvis sarebbe quella di convincere, un giorno, le altre figlie a donare, quando sarà necessario, i propri ovuli alla sorella. In previsione di un possibile rifiuto, però, la donna intende premunirsi congelando i propri ovociti. L’iniziativa sarebbe quindi soltanto un espediente precauzionale.

Di fronte alle prevedibili perplessità da parte dell’opinione pubblica, la Jarvis difende accanitamente la propria scelta, invocando il dovere morale dei genitori di dare il meglio ai propri figli («to do the best for my child»). La donna è anche riuscita ad avere una convinta approvazione da parte del suo gruppo Facebook composto da genitori di bimbi affetti dalla sindrome di Turner, i quali sono stati persino affascinati dall’iniziativa, che hanno definito «a great idea». Non è quindi escluso che tale pratica possa diffondersi nell’ambiente, sempre all’insegna del «to do the best for my child».

E’ interessante notare cosa prevede la legge britannica in questi casi.

Nel 2009 un emendamento alla Human Fertilisation and Embryology Act, la normativa che regola la materia, ha ampliato il tempo massimo previsto per il congelamento di embrioni ed ovociti, portandolo da cinque a dieci anni. E’ comunque possibile estendere tale termine fino a 55 anni, a determinate condizioni.

L’avvocato Louisa Ghevaert, esperta di diritto familiare, ha precisato che «i nuovi progressi della biotecnologia ora consentono ad una madre di congelare i propri ovuli per poterli utilizzare in favore della figlia, quando quest’ultima, a seguito di comprovato accertamento medico, risulti sterile». «In questi casi», prosegue l’avvocato Ghevaert, «ricorrendo alla normativa vigente in tema di donazioni degli ovociti, la figlia può essere considerata legalmente madre del bimbo partorito, indipendentemente dagli aspetti di natura biologica».

Un portavoce della Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA), l’autorità che regola il settore, ha confermato la piena legittimità della procedura che intende adottare la signora Penny Jarvis, in quanto permessa nel Regno Unito.

Qualora l’inquietante trovata della Jarvis andasse in porto, con il conforto della legge, verrebbe introdotta una nuova figura all’interno della classica parentela, così come conosciuta dagli albori della civiltà. Si tratterebbe del “nipotiglio”, un ibrido metà figlio e metà nipote. Il malcapitato rampollo di Mackenzie, infatti, si troverà un giorno nell’inconsueta situazione di essere figlio biologico della nonna e fratellastro della madre e degli zii.

Come tutto ciò non riesca a suscitare un sussulto di orrore, dal punto di vista etico-sociale, appare davvero incredibile.

Tra coloro che, fortunatamente, riescono ancora a stupirsi c’è Josephine Quintavalle, presidente del CORE Comment of Reproductive Ethics, che, pur esprimendo «una piena comprensione umana per il dolore della madre causato dalla particolare situazione della figlia», ritiene di «non credere che il congelamento degli ovuli possa rappresentare una soluzione, né dal punto di vista pratico, né sotto un profilo etico».

Sempre secondo Josephine Quintavalle appare «necessario ponderare accuratamente le conseguenze psicologiche per un ipotetico bambino nato da una donazione intergenerazionale», considerando che «la complessità di simili relazioni è spesso impossibile da analizzare». «Gli psicologi», continua la presidente del CORE, «stanno già parlando di genealogical bewilderment, cioè del trauma derivante dalla confusione genealogica, dato che la donazione di ovociti, di sperma, e la maternità surrogata consentono un numero sempre maggiore di concepimenti artificiali».

Il termine genalogical bewilderment è stato coniato nel 1964 dallo psicologo H. J. Sants, e oggi sta drammaticamente tornando a far discutere gli esperti, proprio a causa delle nuove frontiere che la biotecnologica ha raggiunto nel campo della riproduzione umana.

Lo scorso novembre a Città del Messico una donna cinquantenne ha accettato di mettere a disposizione il proprio utero per consentire al figlio omosessuale Jorge di avere un bimbo. Grazie alla generosità di un’amica, che ha donato i propri ovuli, Jorge è potuto ricorrere alla fecondazione in vitro. Il fatto è, però, che dopo aver tenuto in grembo per nove mesi l’ovulo di un’estranea fecondato con lo sperma del proprio figlio, la donna ha confessato di sentirsi alquanto «strana» e «confusa», non riuscendo a comprendere più quale fosse il limite tra l’essere madre e l’essere nonna.

Questo caso dimostra che la confusione comincia ad allargarsi, e non si limita solo al disagio psicologico dello sciagurato che viene al mondo. Coinvolge altri ruoli della dimensione comunitaria parentale, e per la prima volta il genealogical bewilderment si estende a nonne, madri, padri, fratelli, zii. Il rischio è quello del cedimento strutturale dell’intera rete delle relazioni familiari. Un attacco mortale alla struttura portante della società, cui non è estranea la cultura relativista, la quale, attraverso le aberrazioni della bioingegneria, intende rivoluzionare il modello antropologico che abbiamo fin qui conosciuto, considerandolo obsoleto e superato.

La furia distruttiva dell’ideologia ha prevalso sulla ragione, e gli iconoclasti non si rendono nemmeno più conto degli effetti devastanti della loro visione disumana. L’importante è demolire, smantellare, annientare, senza chiedersi se abbia un senso ciò che si intende distruggere, e quale sia l’alternativa a ciò che si intende sostituire.

«Non abbattere mai una palizzata prima di conoscere la ragione per cui fu costruita». John Fitzgerald Kennedy, in un suo quaderno d’appunti del 1945, attribuì questa frase a Keith Gilbert Chesterton. Non sappiamo se il vecchio leone di Beaconsfield la pronunciò davvero (anche se appare verosimile), ma certo si tratta di un aforisma che contiene una saggia e sacrosanta verità.