Tra venerdì 9 e sabato 10 marzo 2012 Benedetto XVI  è reiteratamente intervenuto sul tema, che gli è caro, del relativismo, cioè dell’idea secondo cui non esiste una verità oggettiva, in nessun campo, così che – particolarmente quanto ai problemi morali – è impossibile avere una nozione certa di quello che è bene e di quello che è male. Contro il relativismo il Papa ha proposto due rimedi su cui insiste sempre più spesso: una catechesi convincente e chiara, che si avvalga sistematicamente del «Catechismo della Chiesa Cattolica» e un ritorno al sacramento della confessione.
Il 9 marzo, ricevendo i vescovi della Regione VIII degli Stati Uniti in visita «ad limina», il Pontefice ha notato come il relativismo ha determinato una «crisi del matrimonio e della famiglia e, più in generale, della visione cristiana della sessualità». Questa crisi, ha detto il Papa, «ha portato a gravi problemi sociali, che hanno causato immensi costi umani ed economici».
Se prevale il relativismo, ciascuno s’inventa la definizione di matrimonio e di famiglia che preferisce. «Da questo punto di vista, dev’essere fatta particolare menzione delle potenti correnti politiche e culturali che cercano di cambiare la definizione legale del matrimonio. Lo sforzo della Chiesa di resistere in coscienza a questa pressione richiede una difesa argomentata del matrimonio come istituzione naturale che consiste in una specifica comunione di persone, la quale trova le sue radici essenziali nella complementarità dei sessi ed è orientata alla procreazione». Riferendosi alle recenti leggi che hanno introdotto il «matrimonio» omosessuale in alcuni Stati degli Stati Uniti, il Pontefice ha affermato che «le differenze tra i sessi non possono essere liquidate come irrilevanti per la definizione del matrimonio». E a chi accusa la Chiesa d’interferenza il Papa ha risposto che «la difesa dell’istituzione del matrimonio come realtà sociale è ultimamente una questione di giustizia, perché comporta la salvaguardia del bene dell’intera comunità umana e i diritti sia dei genitori sia dei figli».
Il Papa ha ammesso che ci sono «crescenti difficoltà nel trasmettere l’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia nella sua integrità». Ma in parte queste difficoltà derivano da colpe di uomini di Chiesa. «Dobbiamo certamente riconoscere – ha detto il Papa – le deficienze nella catechesi degli ultimi decenni, che talora ha omesso di comunicare la ricca eredità dell’insegnamento cattolico sul matrimonio come istituzione naturale elevata da Cristo alla dignità di sacramento».

Anche i corsi di preparazione al matrimonio nelle parrocchie, ha sottolineato il Pontefice, spesso non hanno trasmesso questo insegnamento con sufficiente chiarezza, in particolare omettendo di spiegare alle coppie che «la pratica della coabitazione prima del matrimonio è gravemente peccaminosa, per non parlare del fatto che danneggia la stabilità della società». Il rimedio che Benedetto XVI indica anche in questo campo è quello che segnala a tutta la Chiesa con il prossimo Anno della Fede: «restaurare nel posto che gli spetta» nella predicazione e nella catechesi il «Catechismo della Chiesa Cattolica». I fedeli, particolarmente giovani, vi troveranno un’apologia della castità, che «è più sana e attraente delle ideologie permissive esaltate in certi ambienti le quali di fatto costituiscono una potente e distruttiva forma di contro-catechesi».

Sabato 10 marzo il Pontefice ha affrontato un altro aspetto del relativismo contemporaneo, il rischio di un ecumenismo buonista che sacrifichi la verità in nome di un malinteso dialogo. Benedetto XVI lo ha ricordato in un’occasione solenne e festosa, la celebrazione del millesimo anniversario della fondazione dell’eremo di Camaldoli da parte di san Romualdo (ca,. 951-953 – 1027), ricordata con vespri solenni nella basilica di San Gregorio al Celio cui ha partecipato il primate della Chiesa Anglicana, il dottor Rowan Williams. Non è la prima volta che il capo della Comunione Anglicana sale a San Gregorio al Celio con un Pontefice. Infatti, ha ricordato il Papa, «il Monastero di San Gregorio al Celio è il contesto romano in cui celebriamo il millennio di Camaldoli insieme con Sua Grazia l’Arcivescovo di Canterbury che, insieme con noi, riconosce questo Monastero come luogo nativo del legame tra il Cristianesimo nelle Terre britanniche e la Chiesa di Roma. L’odierna celebrazione è dunque connotata da un profondo carattere ecumenico che, come sappiamo, fa parte ormai dello spirito camaldolese contemporaneo. Questo Monastero camaldolese romano ha sviluppato con Canterbury e la Comunione Anglicana, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, legami ormai tradizionali. Per la terza volta oggi il Vescovo di Roma incontra l’Arcivescovo di Canterbury nella casa di san Gregorio Magno [ca. 540-604]. Ed è giusto che sia così, perché precisamente da questo Monastero il Papa Gregorio scelse Agostino [di Canterbury, 534-604] e i suoi quaranta monaci per inviarli a portare il Vangelo fra gli Angli, poco più di mille e quattrocento anni fa».
Oggi, però, l’ecumenismo con la Comunione Anglicana conosce un momento di difficoltà. Non è un mistero che proprio le aperture di Canterbury al riconoscimento delle unioni fra persone dello stesso sesso hanno determinato problemi nel dialogo ecumenico, e contemporaneamente il ritorno alla Chiesa di Roma di migliaia di anglicani. Senza citare direttamente questo tema, Benedetto XVI ha però ricordato come la scrupolosa fedeltà alla dottrina – senza mai cedere alle mode dei tempi – dei monaci camaldolesi nel corso dei loro mille anni di storia costituisce un esempio comune cui cattolici e anglicani possono oggi ispirarsi.
Ancora venerdì 9 marzo il Pontefice ha ricevuto i partecipanti al Corso sul Foro Interno promosso dalla Penitenzeria Apostolica. A loro ha ricordato come il sacramento della penitenza è il migliore antidoto al relativismo. Chi si confessa, e chi confessa, afferma una chiara distinzione fra peccato e riconciliazione, fra male e bene Per questo rilanciare il sacramento della penitenza dev’essere oggi parte integrante della nuova evangelizzazione. «La celebrazione del Sacramento della Riconciliazione è essa stessa annuncio e perciò via da percorrere per l’opera della nuova evangelizzazione».
Perché questo non sia solo uno slogan, occorre sempre ricordare che «la nuova evangelizzazione trae linfa vitale dalla santità dei figli della Chiesa, dal cammino quotidiano di conversione personale e comunitaria per conformarsi sempre più profondamente a Cristo. E c’è uno stretto legame tra santità e Sacramento della Riconciliazione, testimoniato da tutti i Santi della storia. La reale conversione dei cuori, che è aprirsi all’azione trasformante e rinnovatrice di Dio, è il “motore” di ogni riforma e si traduce in una vera forza evangelizzante».
E anche questa è lotta contro il relativismo. «In un’epoca di emergenza educativa, in cui il relativismo mette in discussione la possibilità stessa di un’educazione intesa come progressiva introduzione alla conoscenza della verità, al senso profondo della realtà, quindi come progressiva introduzione al rapporto con la Verità che è Dio, i cristiani sono chiamati ad annunciare con vigore la possibilità dell’incontro tra l’uomo d’oggi e Gesù Cristo, in cui Dio si è fatto così vicino da poterlo vedere e ascoltare. In questa prospettiva il Sacramento della Riconciliazione, che prende le mosse da uno sguardo alla propria concreta condizione esistenziale, aiuta in modo singolare quella “apertura del cuore” che permette di volgere lo sguardo a Dio perché entri nella vita».
«La nuova evangelizzazione, allora, parte anche dal Confessionale! Parte cioè dal misterioso incontro tra l’inesauribile domanda dell’uomo, segno in lui del Mistero Creatore, e la Misericordia di Dio, unica risposta adeguata al bisogno umano di infinito». Fuori dal riconoscimento e dalla risposta a questo bisogno c’è solo il deserto del relativismo.
di Massimo Introvigne
da La Bussola Quotidiana