Per risvegliare la fede d’Europa
di Marina Corradi
Tratto da Avvenire del 13 luglio 2011

Un segno che attraversi l’Europa. Da Barcellona a Torino a Varsavia, da Parigi a Budapest, undici grandi città nella Quaresima del 2012 daranno un segno orientato alla “nuova evangelizzazione”. “Missione metropoli”, si chiama l’iniziativa annunciata dal Pontificio consiglio recentemente istituito dal Papa. Un segno comune e contemporaneo, dice monsignor Rino Fisichella, come prima risposta all’esigenza sollevata da Benedetto XVI nel Motu Proprio Ubicumque et semper: la necessità di trovare le parole per annunciare di nuovo, nel Vecchio Mondo secolarizzato o indifferente, il Vangelo.

La coscienza dell’allontanamento dell’Europa dalla fede in cui è nata non è certo nuova nella Chiesa: già Paolo VI affermava la necessità di una evangelizzazione «per moltitudini di persone che hanno ricevuto il battesimo, ma vivono completamente al di fuori della vita cristiana». Giovanni Paolo II votò un’ampia parte del suo pontificato a quell’Occidente in cui benessere e consumismo ispirano una vita vissuta «come se Dio non esistesse». Benedetto XVI ha raccolto questa tensione: nelle terre di più antica cristianizzazione, dove tutto del passato testimonia la profondità delle radici cristiane, vivono molti uomini dimentichi della fede che li ha generati.

Smemoratezza che pesa: ben presto, scrive Benedetto, ci si è resi conto del deserto interiore che nasce là dove l’uomo si trova privo di ciò che costituisce il fondamento di tutte le cose. Non si vive, nel mondo del «come se Dio non esistesse», lietamente. La nascita, la malattia, la morte assumono volti disumani e straniti; la famiglia, l’educare i figli sembrano oneri inutili. Il senso tutto, per chi appena si ferma a pensare, vacilla: di stare insieme, di lavorare, di vivere. Ciò che un tempo era innervato dalla certezza di Cristo, nel collettivo oblio decade e declina.

Ma come annunciare ancora quell’evento che nella coscienza di tanti appare sbiadito, non attuale? Occorre, certo, un linguaggio nuovo; occorrono segni, come quello che le undici metropoli si accingono a dare. Per settimane, nelle cattedrali, da Parigi a Vienna a Barcellona a Budapest, si leggerà il Vangelo, si farà catechesi, sarà data la possibilità di confessarsi. Nel segno comune di una rinnovata volontà della Chiesa di assolvere alla sua prima missione: annunciare la salvezza in Cristo.

Quale salvezza? E da cosa? Comprenderanno, gli uomini di Vienna e Budapest e Dublino? Qualche osservatore potrebbe dire che si tratta della riproposizione di cose già dette, già ascoltate – già scartate. Dov’è, allora, la novità? La novità comincia nella stessa Chiesa. «Certamente urge dovunque rifare il tessuto cristiano della società umana. Ma la condizione è che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali», scrisse Giovanni Paolo II nella Christifideles laici. E Benedetto XVI, come in un mai interrotto discorso: «Per proclamare in modo fecondo la Parola del Vangelo, è richiesto anzitutto che si faccia profonda esperienza di Dio».

Profonda esperienza di Dio. Come si fa? È qualcosa forse che uno si possa dare da sé? No. È una domanda, un accogliere, un lasciarsi generare di nuovo. Come quei dodici, il giorno della Pentecoste (solo allora cominciò la missione).

Nel nuovo slancio, insegna infatti Benedetto, «Il primo compito sarà sempre quello di rendersi docili all’opera gratuita dello Spirito». Al principio non c’è un nostro fare, c’è un dono. L’evangelizzare, mille anni fa come ora, non è un progetto umano di espansione, ma l’ansia, il desiderio di condividere un dono ricevuto. È il moto dei primi cristiani, e dei benedettini che costellarono di monasteri l’Europa. Undici antiche cattedrali per annunciare di nuovo, come al principio, questo dono. Parole nuove per saper dire a tutti – a chi è lontano, a chi non ha tempo, a chi è entrato per caso – una gioia antica.