di Raffaella Frullone da La Bussola Quotidiana

E’ ufficiale. Il figlio di Elton Jhon e David Furnish si riferirà ai suoi genitori chiamandoli rispettivamente “Daddy” e “Papa”, ovvero “paparino” e… “paparino”, che fortunatamente in inglese si può rendere con la forma anglosassone oppure con quella franco-normanna, non cambia la sostanza, ma la forma sì, e questo basta per salvare dalla confusione, o dall’imbarazzo, il piccolo Zackary, detto Zac, venuto al mondo il 25 dicembre 2010, almeno stando ai suoi due padri.

La notizia, che naturalmente tutti attendevamo con ansia, si inserisce nel sempre attuale e denso dibattito attorno ai nomi con i quali i figli di omossesuali dovrebbero rivolgersi ai loro genitori.
Tra i guru della delicata disciplina c’è il miliardario inglese Barrie Drewitt Barlow, che con Tony, suo partner,  ha avuto ben 5 bambini,  concepiti da donatori uomini e donne e partoriti da uteri surrogato vari, sceglie i più comodi “Daddy” and “Dad”, una decisione, anche in questo caso, presa per evitare confusione nei pargoli, anche perché, come lui stesso sottolinea “Se è vero che il giorno della festa della mamma sentono dei commenti strani, alla festa del papà possono fare ben due lavoretti, quindi di certo non si sentono in difficoltà”. Sarà…

Altrettanto lineare la scelta dei gran parte delle coppie lesbiche che se la cavano con il più semplice “Mummy1” e “Mummy2”, dove i numeri stanno ad indicare generalmente chi ha partorito il figlio,il che, come si dice in questi casi, non fa una grinza.

Ma il panorama è piuttosto ampio e comprende l’utilizzo dei nomi di battesimo, osp volevo dire dei nomi registrati all’anagrafe dei partner, e i casi estremi come “Genitore1” e “Genitore2”, perché non si sa mai, il papà può diventare mamma da un momento all’altro e viceversa. E quindi, anche in questo caso, i bimbi non devono essere sottoposti a confusione di alcun tipo.

Una questione che qualcuno potrebbe definire banale, marginale, ma che riguarda un numero crescente di persone. Negli ultimi anni Italia almeno 500 “nuclei” si sono consorziati nell’associazione  “Famiglie Arcobaleno” che oggi chiede la tutela per i bambini nati in modo non naturale da coppie omosessuali.

Bimbi piccoli, ma anche adolescenti cresciuti con due mamme, due papà, e a volte anche con un terzo genitore, bimbi certamente amati, come l’associazione sottolinea, ma che prima o poi si scontrano con quella normalità apparente e forzata non senza traumi.

Come è successo a Johannerburg, in Sud Africa, cinque anni fa, quando un bambino di 4 anni è stato brutalmente percosso fino a morire. A far perdere le staffe alla matrigna del piccolo (anche detta “mummy2”), lesbica, il rifiuto del bambino di rivolgersi alla compagna della mamma biologica col nome di “papà.” La vicenda è stata resa nota grazie a Lydia Nkomo, e sua figlia, Aletta Lesiba, entrambe commesse nel negozio di proprietà della coppia lesbica, che avrebbero riferito di aver visto la compagna della madre scagliarsi violentemente contro il piccolo dopo la richiesta, ed il conseguente rifiuto, di chiamare la donna, “papà”. Parole che trovano conferma nella diagnosi fatta sul corpicino, nella quale sono state riscontrate lesioni di un’entità tale da essere paragonate a quelle causate dalla caduta dal secondo piano di un edificio.

Non sempre dunque il nome è una questione di forma, prima o poi la sostanza torna fuori, di solito in modo naturale, qualche volta in modo irrimediabilmente violento.