“E’ sempre un dramma, non è mai un diritto”

di Carmen Elena Villa

ROMA, martedì, 1 settembre 2009 (ZENIT.org).- Facilitare l’aborto attraverso una pillola non riduce i traumi né tanto meno le ferite che questo può lasciare in una donna.

E’ quanto ha detto in una intervista a ZENIT l’on. Paola Binetti, direttrice del Dipartimento per la ricerca educativa e didattica presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma.

In merito al via libera dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) per l’immissione in commercio della pillola abortiva Ru486, la Binetti ha parlato delle contraddizioni di questo provvedimento così come delle conseguenze morali e fisiche legate all’assunzione di questo farmaco.

Quali crede possano essere le conseguenze legali e morali legate a questo farmaco nella diffusione della mentalità antivita in Italia?

Paola Binetti: Il consumo della Ru486 non è altro che un aborto. E’ sempre un dramma, non è mai un diritto, perché comporta la perdita di una creatura umana. C’ è sempre una alleanza strettissima che si stabilisce tra madre e figlio in ogni gravidanza. Però che la donna abortisca chirugicamente o che la donna abortisca farmacologicamente, dal punto di vista morale per la donna che lo fa, non ci sono sostanziali diversità.

La diversità può essere il fatto che si sta facendo una politica di commercializzazione della Ru486 che come al solito tende a massimizzare i vantaggi della pillola e a minimizzare gli aspetti più problematici. Tra i vantaggi che propagano c’ è la semplicità d’uso. C’è il progresso tecnologico che ti fa pensare che abortire in questo modo possa essere meno doloroso e più discreto. Ma i fatti sono molto diversi.

La donna che abortisce assumendo la Ru486, finora, si è sempre regolata in questo modo: è andata in ospedale, ha ricevuto la prescrizione e il farmaco, il medico ha accettato di assumersi le conseguenze, dopo che la donna è tornata a casa. Il meccanismo dell’aborto è un meccanismo che prevede il distacco del bambino dalla parete dell’utero e poi la sua eleminazione attraverso l’emorragia. In alcuni casi, quando la somministrazione è avvenuta oltre la 7° settimana, non è mai stata totale, quindi si è dovuti intervenire successivamente con il raschiamento. Le donne che hanno abortito in questo modo, descrivono di averlo fatto con una intensità e durata di dolori superiori a quelli dell’aborto chirurgico che è più rapido e più controllato.

Quali sono le manipolazioni messe in atto dalle lobby antivita?

Paola Binetti: Si fa marketing puntando su vantaggi non veri. Perché può essere più prolungato il tempo dell’aborto, più doloroso, mentre l’emorragia che provoca permette di vedere l’eliminazione del feto che si è staccato. E poi c’è un rischio di conseguenze che era totalmente scomparso con l’aborto chirurgico. Tuttavia non si deve assolutamente lasciar credere che chi attacca la Ru486 lo fa perché sostiene l’aborto chirurgico.

Vogliamo smontare una specie di mito e di atmosfera che si sono creati attorno all’aborto farmacologico e cioè che: “la donna può farlo anche a casa”. La preocupazione della Chiesa non è che questo aborto è più grave dell’altro – perché sono tutti gravi nello stesso modo – ma che questo tipo di aborto può ridurre nelle donne e nella coscienza sociale la consapevoleza che l’aborto non è altro che una questione di vita umana. Da quando 30 anni fa l’Italia approvò la legge 194 per l’interruzione volontaria della gravidanza, mettendo però al primo posto la tutela sociale della maternità, nulla si è fatto per potenziare e rafforzare la tutela sociale della maternità. Tanto è vero che la gente della strada la chiama la “legge sull’aborto”.

Secondo lei, quale parte della popolazione verrà toccata maggiormente da questa decisione?

Paola Binetti: Penso alle donne immigrate perché quelle italiane fanno maggiore ricorso alla contraccezione. In Italia infatti la natalità è bassissima. E’ quindi un rischio che corrono più facilmente le donne immigrate per le quali le condizioni in cui si svolge la maternità sono condizioni molto difficili dal punto di vista economico, dal punto di vista della sicurezza del posto di lavoro per l’accesso ai servizi, soprattuto se si tratta di immigrate non regolari. Quello che preoccupa è la diffusione della mentalità abortiva. In Cina l’aborto per molto tempo è stato utilizzato per il controllo delle nascite e quelle che venivano abortite erano le bambine. Abbiamo una generazione totalmente scompensata. Inoltre, in Italia il nostro problema è l’invecchiamento della popolazione.

In molti dei suoi scritti ha parlato della vocazione delle donne alla maternità sia fisica che spirituale. In che modo, secondo lei, l’aborto reca una ferita a questa vocazione?

Paola Binetti: E’ la mentalità abortiva che ferisce questa vocazione. Personalmente ritengo che anche un eccesso di concentrazione su se stesse, una mentalità eccessivamente individualista, sia l’anticamera diretta di una mentalità abortiva. La maternità è un dato che consacra in qualche modo il corpo della donna nella sua più alta e straordinaria e unica capacità di trasmettere la vita. Anche quando si pensa alla fecondazione medicalmente assistita, comunque il corpo della donna si fa da habitat naturale, emotivo, affettivo, oltre che fisico del bambino.

La donna che perde questa sensibilità generativa, non perde soltanto la sensibilità di generare figli, perde anche la sensibilità di generare legami, rapporti, di costruire un ambiente più umano e più ricco e questo è un impoverimento pesantissimo per tuta la nostra società.

Tutti noi conosciamo, attraverso gli studi condotti da psichiatri e psicoterapeuti, quella che si chiama la sindrome post-abortiva. Per una donna consapevole la perdita del figlio resta come una ferita per tutta la vita e questo figlio mancato diventa una sorta di insanabile atto che condiziona poi anche la maternità successiva. Resta, insomma, nella donna la consapevolezza che questa cosa che ha fatto è una cosa grave.

Certamente poi ognuna di loro, si dà le argomentazioni che si dà, per cui è chiaro che dal nostro punto di vista non c’è mai una ragione sufficente per sopprimere una vita. Ma la stessa persona, a un certo punto, conserva l’idea che se non ci fosse stato quell’aborto forse alcune cose sarebbero state diverse: il rapporto con il compagno, con i figli, con i mancati figli.

In che modo la lotta dei movimenti pro-vita può essere intesa non tanto come una lotta ideologica quanto come la difesa di un diritto fondamentale?

Paola Binetti: L’istinto materno appartiene alla maturità della donna. La donna, anche da bambina, mostra nei suoi gesti una particolare sensibilità verso le relazioni di cura. E proprio questa maggiore attenzione al legame, al valore dell’amicizia, con questa maggiore sensibilità e ricchezza emotiva, si traduce in un bisogno di stare con l’altro. Non credo che sia facile banalizzarlo e ridurlo a ideologia. Dio affida l’uomo alla donna. Quando la donna volta le spalle a questo affidamento non è il singolo uomo ma è tutta l’umanità che perde questa dimensione di fragilità sperimentata e accettata all’interno della speranza di qualcuno che si prenda cura di noi.