Erano originari della provincia pachistana del Punjab, la stessa dell’attacco all’enclave cristiana di Gojra del primo agosto con 11 morti (tutti arsi vivi) e la disperazione di una comunità assediata. Come loro colpevoli di aderire a una fede, quella cristiana, minoritaria in un Pakistan islamico per costituzione e discriminatorio per legge. I cinque uomini falciati dai colpi di armi automatiche insieme ad altri sette rimasti feriti il 28 agosto nella città di Quetta, capoluogo della provincia del Belucistan, sono le ultime vittime di una violenza settaria che molti identificano come la nuova strategia del terrore di matrice taleban. Non più (o non solo) attentati suicidi sempre più difficili da organizzare e per i quali vi sono sempre meno reclute, ma attacchi pianificati per spargere il terrore e insieme contrapporre le minoranze al governo e a una maggioranza islamica pacifica e tollerante verso uomini e donne con cui condividono territorio, problemi e speranze. Sovente anche etnia.

Proprio la concomitanza di elementi etnici, religiosi e politici potrebbe essere dietro alla nuova strage, non a caso arrivata a “salutare” il terzo anniversario dell’uccisione da parte delle forze governative di Akbar Bugti, leader autonomista alla cui memoria fanno riferimento diversi movimenti, anche armati, di rivendicazione della supremazia locale davanti alla forte immigrazione dal Punjab, provincia più popolosa del Paese, che al Pakistan fornisce anche la maggioranza degli effettivi dell’esercito e delle sue élite. Punjab da cui provengono anche parte dei cristiani immigrati in questa provincia che fatica ad allentare la propria identità tribale, arroccata attorno a una fede dai tratti arcaici e alle necessità dei clan.

Alle 9 del mattino di venerdì scorso, due uomini armati su una motocicletta hanno aperto il fuoco nel pieno centro cittadino contro una piccola manifattura di proprietà di cattolici, il Maryam Labs, uccidendo Mushtaq Masih, Naveed John, Naymat Gill, Nadeem Akhtar e Suleman. Dei sette feriti ricoverati, due sono in gravi condizioni. Secondo le fonti cristiane locali, il laboratorio e i cristiani che vi lavoravano avevano già ricevuto ne mesi scorsi, attraverso lettere e telefonate anonime, la “sollecitazione” da parte di militanti islamici a «convertirsi o a prepararsi a morire».

La città di Quetta, un grande, polveroso agglomerato sulla strada principale che, passando dalla città di
Chaman, conduce a Kandahar, roccaforte taleban nell’Afghanistan meridionale, ospita 300mila abitanti e la sua Prefettura apostolica, costituita nel 2001, registra circa 30mila cattolici in sei parrocchie, affidate a missionari Oblati e Salesiani. Non una situazione idilliaca, quella della comunità guidata da monsignor Victor Gnanapragasam, che risente abitualmente più delle difficoltà di organizzare una diocesi assai estesa con comunità cattoliche molto sparse, piuttosto che della sfida del fondamentalismo.

Se confermate, le voci che dietro alla strage vi sarebbe l’Alleanza per la Liberazione del Belucistan, potrebbero indicare ulteriori difficoltà nei tempi a venire, in quanto la piccola comunità, che ha una forte componente immigratoria, si troverebbe coinvolta nel confronto tra nazionalisti locali, oltre che ad essere nel mirino del terrorismo dal pretesto religioso. Oggetto di una violenza ancora una volta condannata durante i funerali che per tre degli uccisi si sono tenuti nelle città natali di Lahore e di Kushpur, in Punjab.

Intanto, mentre la polizia di Quetta ha aperto un’indagine contro ignoti per il fatto di sangue, i cristiani confermano l’ultimatum dato al governo del 15 settembre per abrogare i provvedimenti giuridici, complessivamente definiti “Legge antiblasfemia”, che da anni sono spunto e giustificazione dell’assedio alle minoranze religiose.


da Bamgkok Stefano Vecchia per Avvenire