Una storia di ordinaria violenza psicologica e di limitazioni alla libertà personale e di costrizioni religiosa subite da una giovane cattolica

Michelangelo Nasca da Vatican Insider

Aveva appena compiuto 15 anni, Nadia Bibi, quando nel 2001 venne rapita in Pakistan e costretta a sposare un uomo di religione musulmana. Dopo 10 anni di prigionia, Nadia, di fede cattolica, può tornare dalla sua famiglia, a Mariamabad (in Punjab), finalmente libera.

Purtroppo, in Punjab, casi simili a questo ce ne sono davvero tanti. Alcune fonti cattoliche di Fides confermano almeno 700 casi l’anno di ragazze cristiane rapite e costrette al matrimonio islamico. Inoltre, se si aggiungono anche i casi di ragazze indù, – riferisce un recente Rapporto dell’Ong “Asian Human Rights Commission” – il numero sale a 1.800 casi annui.

 

Quando Nadia Bibi venne rapita, i genitori – in seguito ad intimidazioni e minacce – si erano rivolti alla polizia locale che per tutta risposta si rifiutò di registrare la denuncia. Venuti a sapere che la propria figlia era stata costretta a sposare il musulmano Maqsood Ahmed, i genitori di Nadia ritornarono a denunciare il fatto alla polizia riuscendo a registrare un FIR (First Information Report). Anche in questa circostanza, però, la polizia pakistana si rifiutò di procedere all’arresto di Maqsood Ahmed e la vicenda giunse dinanzi all’Alta Corte di Lahore. Qui Nadia, – riferisce l’Agenzia Fides – sotto minacce, ha rilasciato una dichiarazione in favore del marito, esprimendo la sua libera volontà di sposarlo, per paura di tragiche conseguenze per lei e per la sua famiglia. Così il caso fu chiuso. Intanto la vita per Nadia era insopportabile: Maqsood la picchiava e la maltrattava chiedendole perfino di far convertire all’islam anche i suoi genitori.

 

Nel dicembre 2011, trascorsi ormai dieci anni dall’accaduto, Nadia trova la forza per fuggire, e fa ritorno a casa dei suoi genitori. Maqsood non aveva però accettato la fuga della “moglie” e accompagnato da un gruppo di uomini armati si era presentato dai genitori di Nadia per riportare con sé “la propria donna”, minacciando una strage e l’intento di rapire la sorella minore di Nadia.

 

La famiglia allora è fuggita e si è rivolta all’Ong CLAAS (Center for Legal Aid Assistence and Settlement) che tutela i cristiani pakistani. CLAAS ha provveduto a ospitare Nadia e sua sorella in un luogo nascosto, avviando un nuova causa penale contro Maqsood. Come riferito da CLAAS a Fides, Nadia ha dichiarato: “Maqsood ha reso la mia vita miserabile. Temevo di essere uccisa perché Maqsood sapeva che non ero felice con lui. Mi sentivo totalmente impotente ed ero molto confusa. Maqsood è disumano, ha rovinato tutta la mia vita. Ora ho riacquistato la speranza e anche la fede”.

 

Altri casi analoghi a questo mettono in luce una problematica molto spesso ignorata dai governi legati alla tradizione araba. La donna, in questi paesi di matrice culturale islamica, non gode di nessuna libertà e non è purtroppo tutelata dalle leggi. Alcune Ong internazionali hanno denunciato la vicenda di Nadia e di molte altre sue coetanee alle Nazioni Unite, con la speranza di vedere loro riconosciuti i diritti fondamentali di ogni cittadino libero.