ROMA, lunedì, 22 marzo 2010 (ZENIT.org).- Di fronte al rifiuto di convertirsi all’islam, una coppia di coniugi cristiani del Pakistan ha sofferto violenze indicibili: lui è stato bruciato vivo, lei stuprata dalla polizia.

L’agenzia AsiaNews riferisce questo episodio terribile avvenuto a Rawalpindi, poco lontano dalla capitale pakistana Islamabad, dove la coppia di cristiani, che lavorava alle dipendenze di un ricco uomo d’affari musulmano, è stata sottoposta alle sevizie davanti ai tre figli, di età compresa tra i 7 e i 12 anni.

L’episodio è avvenuto venerdì scorso, 19 marzo, nella tenuta di Sheikh Mohammad Sultan, dove Arshed e Martha Masih lavoravano come autista e domestica e vivevano con i figli.

A gennaio, dei leader religiosi locali e il datore di lavoro hanno imposto a tutta la famiglia la conversione all’islam. Di fronte al rifiuto dei Masih, i fondamentalisti hanno promesso loro “conseguenze terribili”.

Arshed Masih ha proposto di abbandonare il lavoro e la casa, ma Sultan ha detto che in questo caso lo avrebbe “ucciso”.

La settimana scorsa alcuni ladri hanno fatto irruzione nella tenuta di Sheikh Mohammad Sultan, rubando 500.000 rupie (circa 6.000 dollari).

La polizia ha aperto un’indagine, ma non ha iscritto la coppia cristiana nel registro degli indagati. Sultan ha tuttavia proposto di far cadere le accuse contro Masih se si fosse convertito all’islam, aggiungendo “Altrimenti non vedrete più i vostri figli”.

I Masih hanno rifiutato la conversione, e venerdì scorso è accaduta la tragedia. Arshed, 38 anni, è ora ricoverato in ospedale con ustioni sull’80% del corpo dopo essere stato bruciato vivo. Secondo i sanitari “non sopravvivrà”. La moglie Martha, hanno riferito fonti locali ad AsiaNews, “è stata stuprata dagli agenti”.

Il Governo del Punjab ha ordinato un’inchiesta sulla vicenda. “I colpevoli saranno arrestati”, ha dichiarato Rana Sanaullah, Ministro della Giustizia del Governo locale.

Dopo l’episodio, diverse organizzazioni cristiane a Rawalpindi e Lahore hanno indetto una serie di manifestazioni di protesta.